Tutto ciò che devi sapere se ti occupi di design e vai a vivere in Cina, di @marcelloziliani

Ciao Tobia, ti occupi di architettura e design. Ci puoi fare una breve presentazione di te e della tua professione?

Sono di formazione architetto e mi sono sempre occupato di design a scale diverse, soprattutto nel mondo del design di interni e in quello del prodotto. In Asia ci occupiamo principalmente di design per il mondo dell’ospitalità e di grandi spazi di lavoro, insieme a tanto prodotto soprattutto per il mondo dell’elettronica di consumo.

Oggi siamo cresciuti molto e stiamo seguendo grandi metrature e grandi numeri, il mio studio conta quasi 20 unità fra designers, renderisti, caddisti, ingegneri, sourcers e project manager e stiamo spostando il fulcro della nostra attività ad uno spettro di servizi molto ampio quasi chiavi in mano.

 

Qual’è stata la spinta che ti ha portato a lavorare in Cina?

Il Guangdong è la fabbrica del mondo, un terzo dei prodotti sul pianeta che indossiamo o usiamo nelle nostre case viene da qui e ad oggi la Cina sta facendo un grande salto da produzione ed esportazione di merci a sviluppo di ricerca e produzione di idee, si tratta di un tessuto molto fertile per le nostre attività.

Inoltre la città che ho scelto, Shenzhen, è strategicamente nata di fronte ad Hong Kong e vicino a grandi infrastrutture di trasporti: treni ad alta velocità, aeroporti, porti, autostrade. Il network col quale ci confrontiamo tutti giorni è adatto alla crescita, pieno di startups, acceleratori ed incubatori (ormai più che nella Silicon Valley) e l’ambiente è frizzante e all’avanguardia.

Ho scelto il Sud della Cina per caso, arrivando con esperienza di design di interni per negozi, mostre e musei e trovandomi da subito proiettato in metrature e quantità impossibili da realizzare in Europa.

Qui si produce veramente e i progetti vengono realizzati e prodotti, quest’anno costruiremo quasi un milione di metri quadrati insieme a prototipare e portare a produzione oggetti che vengono venduti in tutto il mondo su svariati mercati.

Una nota di ordine personale è anche il fatto che, nonostante si creda il contrario, le città Cinesi di nuova generazione sono quasi ad impatto zero; gli investimenti sul nucleare, sulle fonti alternative e sui trasporti 100% elettrici rendono Shenzhen una città piacevole in cui vivere, con PM 2.5 molto basso se paragonata a Milano o Roma e una qualità della vita di tutto rispetto.

 

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Cosa significa vivere e lavorare a stretto contatto con una cultura molto diversa da quella dove sei cresciuto?

Lo scoglio culturale è enorme a partire dal quotidiano: cibo, lingua, cultura visiva, fino ad arrivare al mondo del lavoro dove oltre alle abitudini locali si inseriscono anche problematiche di comunicazione e di enorme rapidità di esecuzione. Oggi stiamo creando una struttura che sia un ‘pret a porter’ del design e designamo e risolviamo problemi in diretta di pari passo con la produzione o la costruzione. I nostri cantieri finiscono quando il nostro lavoro di design è finito e i nostri prodotti entrano in catena di montaggio pochi giorni dopo aver consegnato i modelli.

L’aspetto più importante da capire per confrontarsi con l’Asia è la cultura della comunicazione e del linguaggio, dove la parte visiva e l’abilità di ripetere lo stesso segno migliaia di volte è stata da un lato trasformata in abilità di copiare, dall’altro diventa un freno alla comunicazione giornaliera non essendo la lingua adatta ad affrontare problematiche tecniche.

Inoltre la cultura Cinese è stata spazzata via dagli anni della Rivoluzione Culturale e oggi la Cina sta cercando una sua cultura del progetto che vuole necessariamente essere “diversa” da quella occidentale, spesso a tentoni, spesso con “trial and error”. Entrare in questo tipo di mentalità, mantenendo le proprie peculiarità, non è facile, richiede tempo e studio e soprattutto vivere geograficamente in Asia.

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Qual’è una cosa che secondo te manca all’Italia e all’Europa che invece hai trovato in Oriente?

La Cina è un posto dove ancora le cose si fanno. Quando venivo a Shenzhen le prime volte ricordo aziende che avevano copie dell’iPhone disegnate, sviluppate e ingegnerizzate e chiedevano ad aziende Europee di poter utilizzare il loro brand.

Oggi la musica è sensibilmente cambiata, le aziende Cinesi producono e sanno fare marketing; Xiaomi, Huawei, Lenovo, ZTE,  TCL non solo producono qui, ma sviluppano qui prodotti all’avanguardia che fanno concorrenza alle grandi major. Apple, Samsung, Nokia hanno i loro fornitori più strategici a Shenzhen, dove comprano idee da startups e sviluppano le tecnologie del futuro, tutto ciò accade in un’area geografica relativamente piccola, dove le relazioni si costruiscono velocemente.

Purtroppo questo in un’Italia arroccata sugli allori del design dell’arredo degli anni ’70 non accade più, chi non ha soldi non può fare ricerca e chi è troppo piccolo non può accedere alle tecnologie. Oggi fare prodotto significa “sporcarsi” le mani con la miniaturizzazione delle schede elettroniche, con tempi di sviluppo velocissimi e con “time to market” vicini ai tempi della moda; siamo anni luce distanti dal mondo del disegno del “pezzo unico” Europeo.

Inoltre in termini  di quantità Shenzhen è una città di quai 20 milioni di persone, in media estremamente abbienti, in cui posso accedere comodamente ad un bacino di utenza simile all’intera Italia del Nord in poco tempo.

 

 

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Si può dire che una delle implicazioni della tua professione sia quella di fare da ponte tra due mondi?

Tentiamo di farlo, al momento i nostri clienti sono per la maggior parte Occidentali che producono o vendono prodotti in Asia e hanno bisogno di uffici e di prodotti, o aziende Cinesi che lavorano con mercati Occidentali.

Il vero problema sui primi è che per avere successo in un’area geografica quell’area bisogna conoscerla e spesso dalle aziende Italiane sento una forte pigrizia anche a fare i primi viaggi conoscitivi per sviluppare business. Oggi chi ha idee o un buon prodotto e può permettersi di vivere in Asia ha una percentuale di successo altissima, ma le PMI Italiane sembrano non comprenderlo a fondo. Si pensi al caso del vino Italiano che è assolutamente sconosciuto in questo mercato in favore di altri paesi come Francia, Cile, Australia e California che hanno capito la necessità di fare cartello molti anni fa e presentarsi in Asia in forze invece che muoversi da piccoli produttori.

In altro senso tutto parla di Italia, il buon cibo è Italiano, le macchine di lusso, l’abbigliamento, ma sfortunatamente gli ambasciatori e i distributori di questo brand Italia sono troppo pochi e troppo piccoli per poter fronteggiare un giorno la concorrenza Cinese, che sarà basata su logiche diverse ma sfortunatamente sullo stesso campo di battaglia. I marchi della moda Cinese per esempio sono smodatamente più grandi, finanziariamente più tonici e producono con qualità a costi più bassi, non si comprende come le aziende Europee vogliano comportarsi a riguardo.

In questo senso ho un blog www.tobiarepossi.it dal quale tendo di dare il mio punto di vista sul design in Asia.

 

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La Cina è uno dei colossi mondiali della produzione e l’immagine che abbiamo in occidente è quella di uno stato che rigurgita beni materiali fabbricati in serie. È davvero così come ce la immaginiamo oppure è una realtà un po’ diversa?

No, la realtà è estremamente diversa. Questo discorso si poteva fare fino a 4 o 5 anni fa. Oggi i prodotti Made in China non sono solo spazzatura, ci sono grandi realtà che perseguono valori di qualità e innovazione e riescono per capacità di investimento a fare tanta ricerca.

 

Spesso sui social network posti delle cose davvero curiose che documenti in oriente, ce ne racconti qualcuna?

La Cina è un posto a due velocità: le grandi infrastrutture, le metropoli giganti, una crescita economica senza paragoni e dall’altra parte una generazione di immigranti nelle metropoli che arriva da abitudini rurali, un grado di istruzione tendenzialmente medio basso e un pressappochismo diffuso. Posto spesso cose curiose che fanno sorridere, ma mi ricordo sempre di come eravamo nel dopoguerra, non così distanti dalla Cina di oggi, forse con più capacità imprenditoriali ma meno voglia di emergere.

 

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Quali sono le cose che devi tenere conto se progetti per la cultura orientale?

Purtroppo ci sono inutili attenzioni a numeri fortunati, colori preferiti, cabale, superstizioni e Feng Shui che entrano nel progetto, soprattutto per quanto riguarda gli interni, ma del resto questa subcultura non è stata completamente abbandonata nemmeno in Italia.

Alcuni clienti sono ben lontano dall’essere illuminati e confondono il loro gusto personale con quello del mercato portando a volte i progetti a vicoli ciechi da quali è difficile uscire.

 

Secondo te qual’è il lavoro perfetto?

Di sicuro il mio, svegliarsi ogni mattina con un problema diverso e condividere con aziende la responsabilità di mettere un prodotto sul mercato o di creare un grande spazio che comunichi è un motore di vita impagabile.

 

Scritto da M. Ziliani & S. Gasparotto
Marcello Ziliani, architetto, si occupa prevalentemente di product design, allestimenti, art direction, design coordination, grafica e comunicazione. È docente del laboratorio di design del prodotto nel corso di laurea magistrale in interaction design dell’università di San Marino. Silvia Gasparotto è designer e ricercatrice. Collabora con Marcello Ziliani nel laboratorio di design del prodotto nel corso di laurea triennale dell’Università di San Marino/IUAV.

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