Suona il Game Boy e lavora con i videogiochi. L’intervista a Kenobit di @michele_pagani_

Ci sono persone che vivono il lavoro come un sacrificio inevitabile, da sopportare dal lunedì mattina al venerdì sera. Persone che passano quaranta o più ore a settimana col broncio, sfoderando il sorriso solamente durante il weekend. Ammettiamolo, siamo un po’ tutti così, al punto che spesso ci viene da pensare “Domani mollo tutto e vado a vendere Mojito in un’isola caraibica”. Purtroppo, però, quasi nessuno trova il coraggio di farlo.

Poi invece ci sono le persone che hanno trasformato la propria passione in una professione, che non capiscono realmente il confine tra “lavoro” e “divertimento” e che riescono a pagare il mutuo facendo ciò che le noi comuni mortali facciamo la sera, sul divano, con una birretta in mano.
Fabio Bortolotti, in arte Kenobit, è uno di questi: ha trasformato la sua passione per i videogame in un lavoro, e sentirlo parlare della sua vita trasmette entusiasmo e allegria. Ho pensato che farci due chiacchiere potesse essere interessante e d’ispirazione per molti, quindi ho alzato il telefono e via…

kenobit

 

TPJ: Ciao Fabio, come stai?
Fabio: Non mi lamento. Quasi mai.

TPJ: Mi racconti in cosa consiste il tuo lavoro?
Fabio: La definizione del mio lavoro è piuttosto fumosa. Diciamo che vivo e lavoro con i videogiochi.
In primis li traduco: ho curato la localizzazione dei vari Far Cry, di una miriade di titoli Ubisoft e di altri giochini e gioconi assortiti. Poi ne scrivo: dopo un passato su riviste come Giochi per il Mio Computer e Xbox Magazine Ufficiale scrivo su IGN Italia e su Outcast.it. Poi ancora li trasmetto: con il mio socio Andrea Babich faccio degli stream settimanali, in diretta, dedicati alla cultura del retrogaming. Per finire li suono: mi porto in giro il mio Game Boy e suono dal vivo un po’ di sana musica elettronica.

TPJ: Come fai a suonare col Game Boy? Come funziona?
Fabio: I dettagli sono complicati, ma la base è semplice. Ho delle cart USB sulle quali carico una rom. La rom in questione non è un gioco, bensì un software, nativo per GB, chiamato LSDJ. È un tracker che dà accesso ai quattro canali del Game Boy. Programmandolo per bene, tira fuori dei suoni con una potenza sorprendente. Il grosso del lavoro è fatto a casa (o sul treno, in spiaggia, in aereo…), mentre dal vivo si interviene in vari modi sui brani. Suono con due Game Boy, alternandoli e/o facendoli suonare insieme.

TPJ: Di cosa si compone la tua strumentazione?
Fabio: Due Game Boy. Fine. Quando mi sento in vena attacco anche un microfono per coinvolgere di più il pubblico. Non mi serve altro! Amo avere una strumentazione così minimale: entra tutto in uno zaino. Se penso a quando dovevo caricare la grancassa in macchina…

TPJ: Quando hai cominciato a suonare e perché?

Fabio: Ho iniziato tanti anni fa, ai tempi del liceo. C’era una saletta prove con dentro una batteria scassata e me ne sono innamorato. Ho suonato in varie band punk/hardcore fino a consumarmi i calli, poi ho imparato a usare i sequencer per registrare le demo. Da lì all’elettronica il passo è stato breve. È stata la scoperta del Game Boy, però, a farmi innamorare della composizione e dell’elettronica dal vivo.

TPJ: Quanti djset fai al mese?
Fabio: Prima, una piccola precisazione: tecnicamente non è un DJ set. Non suono dischi di altri artisti e tutto quello che esce dai Game Boy è scritto da me (nulla vieta che sia una cover, ma anche in quei casi si tratta di miei ri-arrangiamenti). La cosa bella è che solo io ho le cart con i miei brani, quindi nessun altro può suonarle dal vivo con un Game Boy. In media faccio un paio di date al mese, ma nei mesi più caldi non ho neanche un sabato libero.

TPJ: Quante persone ci sono di solito a un tuo live?
Fabio: Cambia a seconda del posto e del tipo di evento. Ho suonato davanti a 2000 persone all’Up To Date Festival, in Polonia, ma mi è anche capitato di suonare davanti a 30 persone in un circolo Arci a Forlì. In ogni caso, la scena sta crescendo: i concerti sono sempre più grandi e sempre più frequentati, anche in Italia.

TPJ: Pubblico di che tipo?
Fabio: Il pubblico della musica elettronica, la gente che esce volentieri per sentire della musica. Il fatto che suoni un Game Boy fa pensare che abbia un pubblico di retrogamer, ai concerti, ma non è così. La stragrande maggioranza del pubblico è tra i venti e i venticinque anni ed è nata ben dopo il Game Boy. Ovviamente capitano anche molti appassionati di videogiochi, ma il grosso del pubblico è composto da gente che ama la musica abbastanza da scollarsi dal divano.

TPJ: La richiesta più strana che ti hanno fatto?
Fabio: Proprio ieri mi hanno chiesto di andare in un locale a disegnare dal vivo. Mi hanno dato persino la possibilità di esporre le mie opere. Che cortesia! Peccato che non sia un disegnatore. (Ride).

TPJ: Da dove hai preso ispirazione?
Fabio: Sono cresciuto con i videogiochi nelle orecchie e nel cuore. Poi mi sono innamorato del ritmo, delle percussioni, della potenza del suono. Direi che quello che faccio oggi è dovuto alle melodie ossessive che mi si sono incastrate nel lobo frontale e al mio passato da batterista.

TPJ: Altri progetti?
Fabio: Musicalmente no. Mi limito a suonare e a organizzare concerti qua in Italia, per portare in patria un po’ di artisti chiptune internazionali. Perché la scena sta crescendo, ma va alimentata.
A parte questo, organizzo serate con Andrea Babich, con il progetto Kenobisboch Productions, dedicato alla cultura del retrogaming.

SUPERBYTE (1)

TPJ: Che musica ascolti?
Fabio: La mia dolce metà mi dice sempre che ascolto musica rotta: noise, droni, techno… ultimamente sono in fissa con i Death Grips. Ma la verità è che amo la musica e che ascolto di tutto: un sacco di elettronica, da quella più pop a quella più estrema, classica, metal, roba punk, indie ruffiano, indie sperimentale, 60s giapponesi, VGM. Lavoro da casa, quindi posso ascoltare musica senza dare fastidio a nessuno. Cerco di ascoltare almeno un disco nuovo al giorno. Apro una parentesi sul rock: il rock lo apprezzo, ma secondo me non gode di ottima salute. Sono anni che non mi capita di sentire un disco prettamente rock che non sia una versione rimasticata dei soliti classici. E sì, penso che la musica dovrebbe andare sempre avanti, invece di avvolgersi intorno ai suoi miti.

TPJ: Dove ti vedi tra 10 anni?
Fabio: Se tutto va secondo i miei piani, continuerò a fare quello che sto facendo, ma a livello più alto. Vorrei che le amicizie che ho stretto con tanti altri artisti si trasformino in delle alleanze tangibili, in delle realtà in grado di far succedere cose sempre più belle, sempre più grandi. Concerti, dischi, festival… ecco, spero che tra dieci anni sarò ancora qui a sbattermi per fare “succedere cose”.

 

Attacco il telefono e sorrido. Corro a recuperare la mia vecchia consolle e la accendo. D’altronde, il weekend è appena cominciato e mi è appena tornato il sorriso… Grazie Fabio, sei stato ancora una volta una fonte d’ispirazione!

 

Ah, trovate i suoi tweet qui.

Scritto da Michele Pagani
Michele Pagani è consulente di digital strategy, business development e web marketing. Ex research assistant presso l'Università Bocconi di Milano, vanta una profonda conoscenza del mondo digital. Ha all'attivo il lancio di due startup ed è cofondatore della web agency NPCREW.

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