Si scrive Babek, si legge kebab di qualità. Non chiamatelo junk food. Di @ladydpc

Questa è la storia di quattro ragazzi dalle radici comuni, la loro Itaca è la Sicilia che venerano e celebrano con il loro BabeK, una filosofia più che un locale, che si fonda su 10 comandamenti che trovate ben in vista nella loro neonata fucina mediterranea. È la storia di come un prodotto bistrattato come il kebab sia tornato alle sua origini, alla tradizione e soprattutto alla cura degli ingredienti, l’opposto di ciò che accade oggi, per questo si legge al contrario diventando BabeK. Ma come ci sono arrivati questi giovani su TPJ? Colpa mia ovviamente, che ancor prima dell’inaugurazione sono stata catturata dall’insegna del locale, passandoci tutti i giorni, mi sono ripromessa di entrarci non appena la carta velina colorata fosse stata rimossa dalle vetrine. Ed è stato amore al primo morso, ma soprattutto amore al secondo morso, quando rientrata qualche giorno dopo il primo incontro, mi hanno accolto con un “Ciao Diana”, come sentirsi a casa tra una panella e un’arancina al risotto giallo.

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TPJ: Ciao Virginia, di solito siete voi che intervistate me mentre studio il menù, stavolta sono io a farvi qualche domanda. Partiamo dalla genesi del gruppo, come è nato il quartetto di BabeK e quali sono le vostre rispettive competenze/esperienze?

B: Il quartetto BabeK è nato in due step: il primo ha visto Giulio e Gaetano, amici di infanzia cresciuti nella città di Bagheria, trapiantati poi a Milano per studio, concepire prima la voglia di sviluppare insieme un progetto di impresa e poi l’idea di reinterpretare il moderno concetto di kebab, ritornando ad una proposta artigianale, non più industriale, capace di rendere di qualità qualcosa che oggi non lo è quasi più. La seconda tappa invece ha riguardato il coinvolgimento mio (Virginia, sorella di Giulio) e di Pietro (nonché il mio compagno). Il nostro compito ed il nostro obbiettivo è stato quello di sviluppare l’idea nelle sue molteplici sfumature e poi di concretizzarla. Giulio e Gaetano hanno studiato rispettivamente Giurisprudenza ed Economia, sono stati loro a fare le prime analisi di fattibilità e a dare una prima forma all’idea. Io, che ho studiato all’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ho fatto di questa idea la mia tesi di laurea e ne ho quindi sviluppato i contenuti (ricerca dei prodotti e dei produttori dunque creazione di una nostra filiera corta, sviluppo della proposta gastronomica, analisi dell’impatto ambientale e ancora del contesto sociale e culturale). Mentre Pietro studiava Cinema a Torino.

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TPJ: Avete formato il gruppo e poi? Com’è andata la ricerca del locale e dei fornitori?

B: Una volta laureata, esattamente un anno fa, io e Pietro ci siamo trasferiti a Milano, supportati da Giulio e Gaetano, abbiamo analizzato tutti i passi da compiere per arrivare a realizzare il nostro sogno.

La ricerca del locale ha preso il suo tempo, nei mesi di Aprile e Maggio io e Pietro abbiamo girato Milano in lungo e in largo, riempiendo le nostre giornate con decine di appuntamenti; ma anche prima del nostro arrivo in città, Gaetano, che viveva e vive ancora a Milano per lavoro, aveva già visitato una lunga lista di locali che lui e Giulio stavano monitorando. A Giugno abbiamo finalmente trovato la nostra “casa” in via del Torchio, è stato amore a prima vista, nonostante sia stato necessario rivoltare il locale come un calzino. Lavoro più che lungo, anche grazie alle simpatiche peripezie burocratiche italiane.

La ricerca dei fornitori invece era già parte dello lo sviluppo della mia tesi. Abbiamo viaggiato molto, incontrando direttamente i produttori, anche grazie alla macchina di Pietro, portata su dalla Sicilia proprio per questo motivo. Grazie a tutte queste gite fuori porta abbiamo potuto tessera la nostra rete.

TPJ: A proposito di rete, oltre a voi quattro sembra che anche i vostri produttori facciano parte della big BabeK family, entrando e vedendo le loro foto esposte. Come l’hanno presa quando gli avete chiesto di posare per voi, visto che sono abituati a stare dietro le quinte?

B: C’è chi ne è stato sinceramente felice ed orgoglioso, c’è chi è sembrato del tutto indifferente e chi addirittura completamente disinteressato. Quest’ultimo è un dato curioso, io ho sempre creduto che dare un volto a chi produce, parte “debole” quasi mai valorizzata e raramente effettivamente conosciuta e riconosciuta, dovrebbe essere un passaggio necessario per un cambio di rotta, che mi auguro possa accadere nella nostra società. Allo stesso tempo ho sempre creduto che questo passaggio non potrebbe che rendere finalmente onore a chi, della filiera produttiva, fa il lavoro più grande e più importante. Evidentemente ci sono produttori talmente tanto abituati, per fortuna, a lavorar bene, che un gesto del genere non ha per loro particolare valore.

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TPJ: Avete aperto da pochissimo e già il Gambero Rosso vi ama e vi elogia, qual è secondo voi la vostra miglior carta vincente?

B: E’ stata una bellissima sorpresa raccogliere feedback tanto positivi, credo che questo c’entri innanzitutto col fatto che l’artigianalità dei nostri prodotti viene percepita e l’offerta piace: chi assaggia, spesso ritorna. La dedizione che ciascuno di noi ha nei confronti di BabeK, ci ha spinti a sviluppare il progetto con attenzione e a ragionare sulla risposta che, i consumatori da un lato e l’ambiente dall’altro, avrebbero potuto dare in seguito ad una scelta piuttosto che ad un’altra. Penso che Milano sia pronta ad approcciarsi ad una qualità intesa in senso olistico e penso anche che la possibilità di optare per una versione sana, sfiziosa e gustosa di un prodotto che l’industrializzazione ha reso “junk”, incuriosisca e conquisti (così è stato per gli hamburger, ad esempio).

TPJ: In tanti già si chiedono se ci sarà un BabeK 2, io invece mi domandavo come e se evolverà il vostro menù, dopo il bianco e il verde ci sarà un BabeK rosso per completare la bandiera tricolore?

B: In quanto a colore non ti promettiamo nulla ma non c’è alcun dubbio che tra qualche mese nuovi esperimenti genereranno proposte inedite in menù. Del resto questa parte di ricerca e sperimentazione è uno dei più grandi divertimenti di questo lavoro.

Scritto da Diana Piemari Cereda
Ama scrivere di made in Italy e storie di successo tricolori. Laureata in economia con specializzazione in aziende creative, preferisce Word ad Excel. In continua lotta con gli editor perché fermamente convinta che ci voglia uno spazio prima del punto di domanda. Ha fondato un network di giovani professionisti del digitale chiamato SUKA CREW.

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