Mi faccio la startup, capitolo uno: you want to be a rock’n’roll star. Di @remo_ricchetti

Chiamatemi pure bizzarro. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse nei posti dove lavoravo, ancora continuando la mia professione d’ingegnere, pensai di progettare per conto mio un aggeggio per la riabilitazione e vedere la parte imprenditoriale del mondo.

Vi sarete accorti anche voi che alle feste trovate sempre più CEO e sempre meno geometri: com’è accaduto? Quand’è stato che un bel posto in banca è passato di moda? E chi sono tutti questi che si lanciano entusiasti in un’avventura che paga solitamente meno di un ipersfruttato centralino di call center, ma in compenso è anche molto meno affidabile?
Siccome ci sono dentro da un annetto, per definizione non sarò obiettivo, ma proverò a fare un passo di lato nel tentativo di descrivere il sistema da un punto di vista euleriano.

 

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Intanto non vi racconterò di come naque l’idea, di quel brividino che mi prende alle reni quando un inconscio premuroso mi avverte d’un possibile barlume di brillantezza, nella fugace pensata che m’attraversa il gulliver, dei lunghi ragionamenti e ripensamenti, della ricerca di colleghi e partner, delle inaspettate crisi, dei piccoli successi, dei faticosi tentativi di far funzionare un poco di quel che era un’idea.
Cioè, se volete lo faccio ma già vi siete annoiati qui: quindi vi dirò solo le cose veramente divertenti di tutto questo Wanderung nel circolo di quelli che vogliono cambiare il mondo (e di quelli che vi insegnano come farlo).
Ve ne ho già parlato un po’ l’8 aprile in Stazione Vittoria a Brescia.

 

hipster-pasteAnche se non lo vuoi ammettere sei diventato uno startupper, anzi: aspirante startupper.
Io tengo 47 anni e ho basato la mia reputazione su una solida piattaforma programmatica che esclude pantaloni con risvoltini, baffi a tortiglione e andare al lavoro in bicicletta.
Capite che non è che mi ci senta a mio agio.

 

La prima cosa che ti raccontano, quando ti insegnano come diventare uno che cambia il mondo, è che devi imparare ad essere breve nella descrizione della tua idea, perché devi raccontare quello su cui ti sei arrovellato per mesi o per anni nel tempo di un minuto, visto che stai prendendo un ascensore per caso con il facoltoso magnate che tutti conosciamo, taccagno.

 

Due cose:
uno: ma quando mai lo pigliate l’ascensore con un tronchettiprovéra?
due: non so voi ma io una volta ho incontrato per caso Paolo Conte, il Maestro per il quale ho nutrito la più forte ammirazione, di cui so quasi tutto a memoria, eppure sono riuscito a malapena a fare un cenno di saluto, tanta l’emozione. E non dovevo nemmeno chiedergli niente, per dire, figuriamoci dirgli:
“Avvocato, quando ascolto la sua Bartali andrei in bicicletta anche solo per far incazzare i francesi. Ha mai notato che c’è chi ha difficoltà a leggere ratafià elisir arquebuse? ho un progetto molto promettente per la riabilitazione della dislessia che sicuramente le interessa”.

Invece accennai un sorriso di tregua e farfugliai buonasera, scalpitando sui miei sandali.

 

Incidentalmente, chi ti sprona ad essere così rapido ed insidioso nell’esposizione della tua strabiliante idea di business, lo fa in venti minuti utilizzando tre slide tre di powerpoint.

 

La seconda cosa che ti dicono è che devi imparare a pivotare.
Come i dervisci tourners che girano sulle spine dorsali al suono di cavigliere del khatakhàli.

Quando prima dicevo: “no raga abbiamo sbagliato a impostarla così: dobbiamo fare cosà”, quando dicevo colloquialmente, come molti di voi: “no, così è una cazzata”, io invece pivotavo.

 

Grande riscontro e orgoglio rilevai fra i miei colleghi d’avventura nella rappresentazione del pivoting come illuminazione: abbiamo già pivotato tre volte negli ultimi sei mesi.
Immancabile l’immagine di loro col fez ed ampie vesti bianche in vertiginosi (trentatrè) giri di Battiato e Gurdjieff.

 

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La mistica unita all’entusiasmo può incubare demoni di superbia nel cuore di molti di noi: sono squarzinelli argìa sto qui in fondo alla via e la mia idea cambierà il mondo in tre anni.
Posto che c’è gente che ancora ha dei dubbi su Darwin io non prenderei troppi impegni.

 

La terza cosa che succede quasi sempre è che trovi quelli che invece hanno iniziato, ai quali ti rivolgi con la relativa reverenza della burba intimamente sicura di sé. Questi hanno almeno fatto un primo round (round: ellittico di quel di finanziamento che è utile a chi ascolta per comprendere che hanno cioé convinto un investitore a metterci del danaro) che è un po’ il battesimo del fuoco della startup.

Con uno di loro, che solitamente stanno al telefono molto più di te, ti fumi una sigaretta e scambi impressioni e opinioni, cerchi conferme e suggerimenti (ma devi dire suggestioni) un po’ come quando cercavi di imparare da quel ripetente che ne sapeva a pacchi, mentre tu morivi disperato dietro alla più bella del liceo.

A lui a un certo punto tu (io), che mentre coltivi il pudore dell’imprenditore in erba devi mantenere i tuoi impegni professionali perché è da lì che proviene il tuo reddito per ora, a lui a un certo punto della conversazione ti viene da chiedere:
Senti, ma tu

quand’è che hai smesso di lavorare?

Scritto da Remo Ricchetti
Si veste poco perché predilige automobili scomode, musica soul ed alimenti crudi. Prometeico, si occupa di cose che voi umani, robe progettuali di macchine, implementa, insegna, cose così. Ha sempre desiderato un piano B. Traffica in perle per maiali.

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