Marica Zottino e l’arte di disegnare. Storia di una passione divenuta mestiere, di @valentinatanni

 

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Come descriveresti il tuo lavoro attuale?
Sembra una domanda semplice e invece è quella che mi mette spesso in difficoltà, anche quando qualcuno mi chiede “ma tu che lavoro fai?”. Il mio lavoro attuale sta ancora prendendo forma, o forse è destinato a cambiarla in continuazione. Per farla semplice io disegno, un po’ su tutto. Dai pattern per il tessile alle illustrazioni per l’editoria, dal custom sugli oggetti più disparati (chitarre, biciclette, vinyl toy, ma anche vetrine…) alle collaborazioni con aziende per lo sviluppo dei loro prodotti. A volte si tratta di un lavoro quasi esclusivamente artistico, altre invece richiede di mettere in gioco competenze tecniche e la capacità di analizzare e interpretare l’andamento delle tendenze. Gli anglosassoni hanno (il loro solito pragmatismo!) una figura professionale che descrive abbastanza bene tutto ciò: surface designer. Aggiungendoci illustrator la descrizione sarebbe chiara, oltre il confine. Ma in Italia si tratta di una figura professionale poco conosciuta che genera un po’ di confusione a livello percettivo. Per i clienti sono “la grafica”, “l’artista”, la “consulente”, “l’illustratrice”, “Marica”.

 

Ma in fondo le definizioni esatte, quando si parla di professionalità, sono una cosa del passato, giusto?
Fino a poco tempo fa ci tenevo a puntualizzare e a perdermi in lunghe descrizioni. Ora ho capito che l’importante è che siano convinti di aver trovato la persona di cui hanno bisogno e della cui professionalità possono fidarsi. Sono freelance da quattro anni e ho deciso di lavorare da casa. Questo perché nel momento del “salto nel vuoto” stavo vivendo una condizione lavorativa di particolare stress e sentivo fortemente il bisogno di ritrovare una dimensione più “a misura di me”. Non cambierei di una virgola questa scelta. Sto solo iniziando a pensare di aver bisogno di una casa più grande perché, come i pesci rossi, tendo a occupare fino all’ultimo cm tutto lo spazio che mi si mette a disposizione.

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Puoi raccontarci come sei arrivata a questa decisione?
È stato un percorso abbastanza lungo, sia sul piano personale che professionale. Dopo la laurea in disegno industriale ho cercato di intraprendere un percorso professionale “coerente” con i miei studi, ma di esperienza in esperienza mi rendevo conto di aver sempre più bisogno di ritrovare il contatto con la mia passione di bambina, quella per l’arte e il disegno. Così sono passata dalla progettazione di interni al design del prodotto, alla grafica per il tessile e il fashion, e poi all’illustrazione. E nel frattempo ho approfondito gli studi teorici sulla sociologia della moda e la ricerca tendenze. Può sembrare un percorso confuso e un po’ casuale – e probabilmente lo è – ma tutte queste esperienze sono state molto preziose per me e mi hanno aiutato a costruire la professionista e soprattutto la persona che sono. Ho provato l’esperienza della comfort zone del famigerato contratto a tempo indeterminato in azienda e anche quella della frenesia più totale di uno studio di consulenza. E in entrambe le situazioni c’era sempre qualcosa mi andava stretto. A un certo punto, al culmine di un periodo lavorativo particolarmente stressante, mi sono detta: “se non adesso, quando?”. Non aveva più senso aspettare nella speranza di trovare la condizione ideale, era arrivato il momento di provare a crearmela. Ed è così che ho deciso di iniziare a lavorare come freelance. Senza un cliente, saltando nel vuoto. Con quel pizzico di incoscienza che ci vuole sempre, nelle cose.

Lavoro e passione: nella tua esperienza qual è il rapporto tra questi due fattori?
Per quel che mi riguarda è sempre stato un rapporto molto stretto, al punto da farmi soffrire quando non riuscivo a coniugare questi due elementi. Ora mi ritengo veramente fortunata nel poter dire che lavoro e passione coincidono (quasi) sempre.

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Qual è il progetto a cui sei più affezionata e perché?
Mi affeziono tantissimo a tutti i progetti che seguo, perché in tutti c’è una parte di me. Mi è anche capitato spesso di pensare di un progetto che sarebbe stato “IL progetto”. Salvo poi, puntualmente, ricredermi. Perché tendo ad essere molto critica verso me stessa, sono in costante mutamento e spesso nel momento in cui un progetto viene concretizzato sto già lavorando ad altri, aspettandomi sempre di più da quello che verrà. Però rimango particolarmente affezionata a tutte le mie “prime volte”: il primo progetto editoriale, il primo abito prodotto con un tessuto disegnato da me, la prima mostra. Insomma, è un po’ come nella vita al di fuori del lavoro: le prime volte, anche se non sono perfette, non si scordano mai.

Quali sono invece le difficoltà maggiori che hai incontrato nel tuo percorso?
Ho pensato molto prima di rispondere a questa domanda e ho deciso di tralasciare le difficoltà esterne legate alla pressione fiscale e al ruolo del professionista freelance in Italia perché sono tristi realtà abbastanza note (anche se a dire il vero non se ne parla mai abbastanza). Nel mio caso le difficoltà maggiori sono state quelle legate al cambiamento di forma mentis. All’improvviso, da un giorno all’altro, ho smesso di essere dipendente/collaboratore, e ho iniziato ad essere il datore di lavoro di me stessa, almeno sulla carta. Interiorizzare questo processo mi ha richiesto invece molto più tempo, specie nella costruzione del rapporto con i clienti. Il rischio è quello di eccedere – in buona fede, nel nome del coinvolgimento che si sente nei confronti di un progetto -nella sollecitudine, fino a rasentare il servilismo. E quando si innesca questo meccanismo improvvisamente il telefono inizia a squillare il sabato, la domenica, durante le ferie. E se suona il telefono è quasi sicuramente perché è arrivata un’e-mail qualche minuto prima.  Sembra che sia tutto urgente, urgentissimo, imprescindibile, e nel funambolico tentativo di gestire il tutto contemporaneamente il carico di stress aumenta a dismisura. È fondamentale trasmettere l’importanza di una buona pianificazione delle tempistiche al fine della riuscita di un progetto, perché spesso nella mente del committente il freelance è una sorta di creatura mitologica che oltre ad avere disponibilità di tempo illimitata ha il dono dell’ubiquità e non si ammala mai. E una volta interiorizzato questo è molto più semplice instaurare un rapporto migliore con i propri clienti, imparare a dire anche qualche “no” senza sentirsi in colpa.

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Le tue fonti di ispirazione?
Sono onnivora. L’ispirazione è ovunque e la Rete in questo senso è un meraviglioso tunnel. Posso partire con una ricerca iconografica mirata e risvegliarmi qualche ora dopo da una sorta di trance in cui ho accumulato, vagando di link in link, enormi quantità di stimoli e riferimenti che accantono in quanto interessanti, perché so che prima o poi torneranno utili. E poi ho un problema con le librerie: ogni volta che entro in una libreria, reale o virtuale che sia, rischio di fare grossi danni alle mie finanze. Ma ci sono anche le mostre, gli eventi, i viaggi, le chiacchierate con amici e colleghi professionisti. Credo, o almeno per me funziona così, che accantonare una quantità grandissima di riferimenti sia fondamentale perché maggiori sono i riferimenti e maggiori sono le associazioni e le combinazioni che la nostra mente può creare con loro.

Progetti per il futuro? Quello immediato e quello lontano?
Per il futuro immediato in realtà ho dei progetti molto semplici: una serie di illustrazioni che abita nella mia testa da molti mesi ma che non sono ancora riuscita a concretizzare perché impegnata in altri progetti, e un po’ di gite a zoo, giardini botanici e musei per cimentarmi dal vero con soggetti che mi sono molto familiari ma che purtroppo spesso rielaboro a partire da foto. E poi qualche giorno a Londra, una città che amo e che mi ha dato tantissimo, da cui manco da un po’ di tempo e di cui sento davvero fortemente la mancanza.
Per il futuro lontano… spero di continuare a fare quello che amo e di imparare a farlo sempre meglio.

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Cosa consiglieresti a chi volesse intraprendere il tuo stesso percorso?
Suonerà banale ma il consiglio più importante che possa dare è quello di credere fortemente nelle proprie passioni e di lavorare sodo per farle diventare parte integrante della propria vita. In generale poi consiglierei di mettersi in discussione sempre, considerare ogni traguardo come una tappa lungo un percorso e non come un punto di approdo, essere curiosi e pronti a raccogliere nuove sfide, essere obiettivi nei confronti delle proprie capacità e accettare degli incarichi solo se si è certi di poterli svolgere al meglio senza farsi travolgere dall’ingordigia di fagocitare lavori, imparare a dire dei “no” quando sono necessari e allo stesso modo a dire “grazie” ogni volta che ve n’è l’occasione.

In che modo Internet ha influenzato la tua carriera?
La rete è stata fondamentale. Poter esporre il proprio lavoro in una vetrina globale è un’opportunità incredibile che mi ha permesso di lavorare con clienti provenienti da ogni parte del mondo e di farmi “trovare” dai miei editori francesi. La rete è anche un ottimo strumento per scoprire un’enorme quantità di professionisti di altissimo livello, cosa che aiuta a diventare coscienti e autocritici nei confronti dei propri lavori, a individuarne i punti di forza e quelli invece migliorabili.  La prima vera rete rimane comunque quella fatta di persone in carne ed ossa. Il dialogo ed il confronto sono importantissimi per la crescita personale e professionale. E poi sono le persone in carne ed ossa che hanno le parole giuste e sanno dare le pacche sulle spalle quando ce n’è bisogno.

 

www.maricazottino.com

 

 

 

Scritto da Valentina Tanni
Storica dell'arte e curatrice di mostre, si interessa principalmente del rapporto tra arte e nuove tecnologie, con particolare attenzione alle culture del web. Ha fondato e gestisce numerosi blog e riviste online.

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