L’Italia piena di FabLab non è solo un sogno di Massimo Banzi. di @Loremann

Tre anni fa, Massimo Banzi scherzava sul fatto che con appena un milione di euro gli italiani avrebbero aperto 15 officine Arduino. Quei fondi non sono mai stati stanziati, ma i FabLab sono nati lo stesso. C’era il tessuto adatto, c’erano persone pronte a rimboccarsi le maniche. Forse Massimo non stava scherzando.

 

In un paese dove le antiche case di Pompei crollano sotto il peso dell’incuria, c’è anche chi costruisce qualcosa di nuovo. I laboratori che raccolgono maker, fabber, creativi e inventori crescono in ogni angolo d’Italia. Basta dare un’occhiata alla lista ufficiale di FabFoundation per rendersi conto che siamo terzi nel mondo per numero di laboratori di fabbricazione (FabLab): più di cinquanta. Giusto per farci un’idea, siamo alle spalle di Stati Uniti e Francia.

La galassia italiana dei FabLab

Certo, è normale che i FabLab nascano sotto la spinta di gruppi indipendenti. Non è facile organizzare un luogo che deve necessariamente essere tante cose differenti: un punto d’incontro aperto al pubblico, un luogo di sperimentazione e un laboratorio di manifattura digitale con un business plan sostenibile. Non esiste una ricetta unica per costruire un FabLab e farlo funzionare al meglio. A volte può essere stressante, ma la diversità è la più grande ricchezza dei makers.

 

La galassia dei FabLab italiana si espande in molte direzioni. Dalla community riunita sul gruppo Facebook Fabber in Italia – se in corpo avete anche un solo atomo di curiosità sul mondo della manifattura digitale, fateci un salto – si innescano reazioni a catena che portano a nuovi progetti e collaborazioni. Tutto accade in un soffio: dal garage di casa di un inventore arrivi fino ai laboratori innestati dentro il MUSE o il museo di Reggio Emilia.

 

FabLab Europe

 

Giorno dopo giorno, i FabLab si stanno facendo largo nel tessuto urbano. Per esempio, l’ultimo bando per lo sviluppo di attività imprenditoriali del comune di Bologna prevede che i 2,4 milioni di euro di finanziamento possano essere “messi a disposizione in misura non prevalente anche a soggetti non facenti parte dell’impresa per lo sviluppo di proprie idee (FabLab)”. Il prossimo passo, come diceva Banzi, è quello di dare un aiuto diretto e concreto a questo tipo di iniziative.

Ritorno al futuro

Ma i FabLab – aggiungeteci anche makerspace e hackerspace – hanno un futuro? Spesso chi dà il via a queste iniziative cerca di farcela con le proprie forze, soprattutto perché là fuori è difficile trovare qualcuno pronto a darti una mano. Sembra quasi che i makers, gli artigiani del futuro, debbano rischiare da soli. È vero e falso allo stesso tempo.

 

Da una parte, le opportunità sono infinite: i cervelli non mancano e le barriere di accesso alle tecnologie di stampa 3D, fresatura a controllo numerico e taglio laser stanno cadendo una dopo l’altra. Dall’altra, dobbiamo ancora abituarci all’idea di essere di fronte a una rivoluzione culturale – e del saper fare – che si sta diffondendo come un virus. Forse siamo stati già contagiati, solo che non ce ne siamo accorti. È successa la stessa cosa con i PC. Ma in questo caso, con le stampanti 3D salteremo dalla fabbricazione di bit a quella di atomi.

 

P.S. Se vi sentite già dei makers, iniziate a girare l’Europa alla ricerca delle Maker Faire (grandi e piccole) di Edimburgo, Newcastle, Madrid, Trieste, Stoccolma, Trondheim e Roma.

Credits: David Cuartielles | FabLabs.io
Scritto da Lorenzo Mannella
Science writer, fixer e comunicatore. Faccio troppe cose, e ne vedo ancora di più. Seguo i progetti Horizon 2020 in agricoltura sostenibile per l'Università di Modena e Reggio Emilia. Scrivo anche per DailyBest. Amo la fantascienza perché è molto reale.

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