L’Italia non è (più) un Paese per architetti! di @silviapagliuca

Norvegia, Svizzera, Brasile. Finanche Canada e Vietnam. Tutto, meno che l’Italia. Gli architetti ne sono certi: l’unica soluzione è emigrare. Sì perché, la condizione dei quasi 150mila professionisti di casa nostra (che da soli rappresentano il 27% degli architetti di tutta Europa) è tutt’altro che rosea. A preoccupare maggiormente in nostri progettisti sono le difficoltà di carriera e il reddito medio annuo, inferiore in larga parte ai 17 mila euro. 

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Cifra che, al netto di tasse e contributi, si riduce della metà. Senza contare i tanti che a mala pena raggiungono i 500 euro al mese o che restano ingabbiati nei meccanismi dei “lavori non retribuiti” e dei progetti tanto utili per fare esperienza, ma decisamente poco salutari per il portafogli. Secondo uno studio realizzato dall’Architects Council of Europe, infatti, il 19% degli architetti, a causa della crisi, ha cominciato a lavorare part time, annoverando così tra le difficoltà professionali anche quelle legate a un’estrema frammentazione del timing lavorativo.

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Il 47% dei progettisti italiani, inoltre, preferisce lavorare singolarmente, tendenza nella quale siamo preceduti solo da austriaci (72%) e greci (51%). Nel resto d’Europa, invece, gli studi associati anche di grandi dimensioni sono una realtà consolidata e molto diffusa. In particolare, i più attivi sono i Paesi del centro e nord Europa, grazie soprattutto all’attenzione riservata alle nuove modalità di costruzione e progettazione legate al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale.

Non solo, il Cnappc, Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, ha tracciato un identikit degli iscritti agli ordini professionali identificandoli come: under 40, inseriti in studi di piccole dimensioni (con massimo 5 addetti), in costante difficoltà nell’inserimento lavorativo, «perché in Italia – si legge nel documento stilato dal Consiglio Nazionale – il sistema del mercato si fonda per lo più su relazioni personali con un lavoro concentrato su aree geografiche limitate».

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Inoltre, oltre a redditi medi definiti «da incapienti, senza alcuna garanzia sindacale né cassa integrazione né bonus statali», c’è la questione dei ritardi nei pagamenti: «i giorni necessari per ottenere un pagamento da parte della Pubblica Amministrazione – rileva il Consiglio – sono oltre 218, quelli da parte delle imprese 172 e, dei privati, 98», favorendo così scoperti bancari sempre più pressanti per la categoria. Insomma, l’Italia è tutto fuorchè un Paese per architetti.

Scritto da Silvia Pagliuca
Giornalista ventiseienne, nata a metà tra i grappoli toscani e le spighe lucane. Caparbia, curiosa e idealista, scrivo di lavoro, giovani e società per VanityFair, Corriere.it, Traveller (e anche un po' per me). Incuriosita dalla vita, appassionata dai cambiamenti, girerei il mondo per poi tornare (forse) sempre allo stesso punto. Per raccontare ed emozionare, ogni giorno, ancora un po’ di più.

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