Le spettacolari creazioni del collettivo “AUT” mescolano il vetro soffiato Muranese e la ceramica stampata in 3D, di @marcelloziliani

Breaking the Mould (BTM) è il nome che identifica un progetto di design aperto, in evoluzione e, allo stesso tempo, il gruppo di professionisti che lavorano assieme per la sua realizzazione.

Il protagonista indiscusso è il vetro di murano plasmato ad arte dai sapienti mastri vetrai dell’isola della laguna.

 

Sappiamo che siete un nutrito gruppo di talenti che lavorano assieme. Ci potete raccontare chi siete, quanti siete e come mai avete deciso di lavorare “in collettivo”?

 

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Il primo step del progetto, “BTM — 01” (2013), ha visto coinvolte da subito diverse professionalità: Il gruppo AUT (Riccardo Berrone, Federico Bovara, Luca Coppola), Chiara Onida, Marco Zito e Anna Perugini (designers), Tommaso Cavallin (scienziato dei materiali) Matteo Stocco (video maker) e Dario Stellon direttore di produzione dell’azienda Salviati, ancora oggi partner del progetto.

 

Come tutte le cose che hanno un senso il progetto continua ad evolversi e il recentissimo “Venice >> Future” presentato al salone del mobile 2015, rappresenta il terzo grande step del progetto, coordinato da AUT e da Chiara Onida. In questi anni abbiamo avuto la fortuna di lavorare con professionalità diverse a seconda delle necessità, come Rebecca Hoyes (textile designer di Londra) e MateriaTerza collettivo basato a Venezia che, insieme ad Andrea Reggiani, si occupa di ceramica e stampa 3D.

 

La struttura collettiva e multidisciplinare del progetto BTM è quindi dettata dalle necessità. Per raggiungere gli ambiziosi obbiettivi che ci siamo posti le varie personalità coinvolte si sono naturalmente occupate degli aspetti di propria competenza permettendo al progetto di muoversi con disinvoltura attraverso confini differenti: dalla ricerca sul campo al design del prodotto fino alla comunicazione visiva. Esperienza e consapevolezza sono valori costruiti insieme in questi ultimi anni.

 

In cosa consiste il progetto “Breaking the Mould”?

 

Breaking the Mould nasce come gruppo di lavoro eterogeneo che cerca di esplorare nuove possibilità di innovazione nell’ambito della produzione vetraia muranese.

 

Nel 2011, spinti da un interesse comune per il vetro, abbiamo deciso di cominciare la ricerca sul materiale, costruendo lentamente e con non poche difficoltà quel dialogo che dura ancora oggi tra competenze diverse. BTM è una piattaforma open-source di ricerca e sperimentazione ricettiva e aperta a nuove proposte, capace di accogliere nuove personalità capaci di sposare lo spirito del progetto. La ricerca si basa su una intensa sperimentazione sul campo in fornace, dove gli outcomes fisici, i risultati della sperimentazione, suggeriscono strade più o meno praticabili.

 

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Lavorare con il vetro, ma soprattutto lavorare in una delle più famose fornaci di Murano è un privilegio per pochi; cosa succede all’interno di una fornace?

 

Come dite voi avere la possiblità di lavorare all’interno di una fornace è un privilegio, una sensazione magica e unica. Ogni volta si rinnova quella sensazione di meraviglia che ci lascia stupiti. La fornace è il luogo dove le nostre idee prendono forma. Il processo non è mai troppo prevedibile perché il vetro è un materiale vivo, organico e capriccioso. La riuscita degli esperimenti dipende da molti fattori, uno tra tutti la sinergia (o magia :)) che si instaura tra il maestro e il team di ricerca.

In fornace però impari ad apprezzare anche momenti meno scenografici del soffiaggio, come i processi di taglio e molatura, fondamentali per creare gli oggetti in vetro.

 

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Il vostro ultimo lavoro, esposto al fuorisalone di Milano, si chiama “Venice >> Future”, in cosa consiste?

 

come dicevamo prima questo è il terzo dei progetti iniziato sotto il cappello di Breaking the Mould e si propone l’obiettivo di testare le possibilità di abbinamento tra il vetro soffiato Muranese e la ceramica stampata in 3D. L’idea è quella di provare a far lavorare insieme questi due materiali così diversi, ibridando tecniche di produzione apparentemente molto differenti tra loro, il fatto a mano e il digitale.

Da questo spunto iniziale sono nati una serie di quattordici esperimenti dove le parti in ceramica possono fungere sia da stampo a perdere che da stampo che in seguito diventa solidale al pezzo finito.

 

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In che modo la multidisciplinarietà delle vostre differenti formazioni incide nella realizzazione dei vostri progetti?

 

Proiettarsi verso una ricerca “attiva”, che rispetti la tradizione ma ne proponga una rilettura alternativa – in questo caso coniugandola per quanto possibile con mirate innovazioni tecnologiche – non può che prescindere dal coinvolgimento di persone con competenze differenti, capaci di arricchire il progetto conferendogli stabilità e ampio respiro.

Ognuno mette a disposizione la propria esperienza per cercare di raggiungere un obiettivo soddisfacente e condiviso. Quindi, come detto, progettisti e “tecnici”, ma anche esperti di comunicazione e videomaker. Siamo infatti convinti che gestire bene gli strumenti comunicativi sia fondamentale per realizzare una buona divulgazione del progetto Breaking the Mould nella sua interezza e complessità.

 

I vostri lavori con che modalità arrivano al pubblico? Qual’è il vostro circuito di vendita?

 

Fino ad oggi abbiamo presentato i lavori in gallerie e spazi il cui obiettivo è mostrare e supportare progetti nati da approcci sperimentali: La Aram gallery di Londra è un esempio di spazio che ha proposto di esporre al suo pubblico l’intero processo di ideazione e sperimentazione alla base del progetto.

Alle mostre, visitatori e collezionisti possono esprimere interesse per pezzi specifici e acquistarli direttamente da Breaking the Mould oppure dalla galleria, a seconda dei casi. Non abbiamo ancora stabilito un canale specifico per la vendita, crediamo però che sia fondamentale lavorare con chi ha la possibilità di raccontare il progetto e il suo contesto ad un pubblico interessato e ricettivo.

 

 

Visto e considerato che i vetri che producete, pur facendo parte di una collezione, sono in realtà pezzi unici li considerate più come oggetti di design o come forme di sperimentazione artistica?

 

Tutti gli oggetti prodotti nell’ambito delle tre fasi di BTM sono stati definiti “esperimenti”, un modo di esplicitare il fatto che i risultati di questa ricerca sono dei test, esemplificazioni di un approccio e di un processo specifico fatto di prove empiriche, non troppo progettate, intuizioni o meglio intenzioni di progetto.

Questa ultima collezione (Venice>>Future), tra i tre step progettuali formulati fin ora, è la fase più “progettata”. Infatti la necessità di definire delle geometrie per la stampante 3D e per riuscire a fare coincidere parti di stampo realizzate in materiali diversi ci ha spinto a definire “meglio” l’outcome progettuale.

 

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Quali sono, secondo voi, le caratteristiche e le conoscenze che servono per fare il designer oggi?

 

Beh è molto importante immaginare mondi e strade possibili, ragionando in maniera complessa e strategica. Pragmatici e realisti ma anche visionari e sognatori. Unire i punti a disposizione insomma non è facile, ma per arrivare a realizzare una propria visione in un modo o nell’altro bisogna fare qualche sacrificio.

Scritto da M. Ziliani & S. Gasparotto
Marcello Ziliani, architetto, si occupa prevalentemente di product design, allestimenti, art direction, design coordination, grafica e comunicazione. È docente del laboratorio di design del prodotto nel corso di laurea magistrale in interaction design dell’università di San Marino. Silvia Gasparotto è designer e ricercatrice. Collabora con Marcello Ziliani nel laboratorio di design del prodotto nel corso di laurea triennale dell’Università di San Marino/IUAV.

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