La vera sfida per un designer industriale è mescolare la componente estetica alla parte tecnica. Fabio di Univet apre le porte del suo ufficio, di @MaskeEmme

Si sente spesso parlare di design, concetto non di rado utilizzato e appiccicato alle più svariate tipologie di prodotto. Quante volte usiamo a sproposito questa parola? Oggetto di design, arredamento di design, macchinetta del caffè di design. Nella maggior parte dei casi utilizziamo il termine come sinonimo di “figo” per definire oggetti o strumenti particolarmente affascinanti alla vista. Per ovviare a ogni equivoco, affidiamoci al Dizionario della Lingua Italiana per una spiegazione oggettiva:

 

Design: (loc. sost. m. invar.) progettazione di manufatti, da prodursi industrialmente, che contempera le esigenze tecnico-funzionali con quelle estetiche.

 

In parole povere, un product designer, per essere definito tale, deve essere in grado di concepire un oggetto che, oltre a un lato puramente estetico, dovrà soddisfare anche esigenze funzionali in grado di apportare un beneficio tangibile. Se l’attore di Hollywood punta all’Oscar come massima riconoscenza per le sue performance, il Red Dot Award risulta essere per i designer tra i premi più ambiti L’edizione 2015 dell’evento ha visto nella lista dei premiati un gran numero di italiani, tra cui Fabio Borsani, Chief designer di Univet, azienda specializzata nella progettazione e produzione di dispositivi per la protezione degli occhi in ambito industriale. Chiediamo quindi a Fabio cosa significa essere un designer, facciamoci raccontare la sua storia e cerchiamo di capire come è riuscito a ottenere un riconoscimento così importante a livello mondiale.

 

The Perfect Job:

Ciao Fabio! Raccontaci un po’ la tua storia. Come sei diventato il chief designer di Univet?

Fabio:

Buongiorno a tutti i lettori di The Perfect Job innanzitutto! Per spiegarti quello che sono oggi è necessario che faccia un salto nel passato, precisamente a quando ero bambino. La Baruffaldi, realtà leader negli Anni 60-70-80 nel mondo degli occhiali da sole sportivi era l’azienda di famiglia, quindi sono cresciuto respirando l’artigianalità e la manualità che rappresentava quel tipo di produzione Ricordo ancora i pomeriggi e i fine settimana passati in officina a giocare con le materie plastiche, le pelli, le gomme e le lenti disponibili e colorabili in mille diversi colori e materiali , momenti indimenticabili che hanno segnato la mia crescita, permettendomi di sviluppare una particolare creatività e manualità . E poi c’era la passione per il disegno. Percepivo, e ancora oggi è così, la magia nel realizzare un oggetto partendo da un disegno.

La scelta di frequentare il liceo artistico e in seguito la facoltà di Architettura non ha fatto che confermare e ampliare questa mia passione, sempre affiancata dalla mia costante presenza nell’azienda di papà. Molte sono state le ore libere dagli studi impiegate al fianco del capo-officina e dei capi-reparto con l’intento di apprendere le varie tecniche utilizzate per realizzare da zero un occhiale, una maschera da sci o da motociclista.

A metà degli anni 90, l’approccio manuale e artigianale dell’azienda doveva però fare i conti con una concorrenza più industrializzata , e competitiva . Nel 1996, l’incontro con l’Ing. Armando Portesi, fondatore di Univet, segna un’importante svolta: l’ “Ing .” ( così da sempre chiamo l’ing. Portesi) mi colpì per la personalità e la voglia di portare un approccio totalmente diverso e nuovo nel mondo dell’occhialeria… a questo aggiungo che il feeling fu immediato perché nei modi mi ricordava mio padre scomparso appena due anni prima .

Con l’Ing. condividevo pienamente che la visione della Baruffaldi di una produzione artigianale di alto livello non era più competitiva e quindi un’evoluzione era necessaria. Evoluzione non nella tipologia di prodotto, ma nella progettazione che andava vista in chiave moderna utilizzando tecnologie di modellazione 3D e di prototipazione rapida che permettessero di ottimizzare i tempi di sviluppo mantenendo inalterata l’idea di design che stava alla base, anzi migliorandola con l’aggiunta di quei dettagli estetici che spesso venivano trascurati perché difficili da replicare nel processo produttivo. Colsi quindi l’occasione, per me, di svincolarmi dal pensiero di dover mandare avanti l’azienda, potendomi così concentrare esclusivamente su ciò che amavo: la progettazione . Grandissima è la soddisfazione nel veder evolversi e poi toccare con mano ciò che hai disegnato e ancor prima pensato e semplicemente immaginato.

mod-fabio

 

The Perfect Job:

Mi dicevi che hai fatto architettura, una strada che professionalmente non ha mai intrapreso. La scelta giusta?

Fabio:

Assolutamente la miglior scelta che potessi fare! Se avessi intrapreso il percorso professionale dell’architetto, avrei forse precluso e vanificato quanto appreso anche umanamente al fianco di persone con una artigianalità e conoscenza altissima del settore e forse in cuor mio avrei un po’ tradito quella “continuità di percorso ” che mio padre si auspicava, in quel mondo dove la mia famiglia è presente ormai da oltre 60 anni . Comunque le piccole soddisfazioni nel campo dell’architettura riesco a togliermele grazie alla considerazione che gli amici hanno nel merito del mio gusto estetico e progettuale coinvolgendomi nei “loro” nuovi progetti o in semplici ristrutturazioni.

 

The Perfect Job:

Oltre al prestigioso riconoscimento ottenuto (Best Product Design per la maschera protettiva X-Generation 6X3, ndr), come definiresti la tua vita lavorativa in Univet?

Fabio:

Non la cambierei di una virgola. Il lavoro che svolgo è la mia passione, mi gratifica e in particolare mi fa sentire parte di un team che opera in simbiosi per un obiettivo comune: realizzare un prodotto che personalmente ritengo non unicamente votato al mero profitto ma necessario per costruire e arricchire il prestigio e la riconoscibilità del marchio Univet nel mondo … consapevoli che se in linea con le nostre aspettative anche i risultati economici arriveranno

Il DNA di ogni designer ti porta ad essere accentratore e narcisista ma è fondamentale essere consapevoli che l’idea iniziale è troppo personale , soggettiva e che mai rispecchierà al 100% il prodotto finito perché è solo dal confronto con le professionalità interne ed esterne all’azienda che nascono i miglioramenti e le correzioni necessarie . Un progetto è funzionale e centrato solo quando cresce e si evolve grazie alla condivisione e alla cooperazione.

IMG_3502

 

The Perfect Job:

Quanto è difficile coniugare il lato più artistico della tua professione con il lato più tecnico e funzionale?

Fabio:

Credo sia la componente più difficile del mio lavoro. La vera sfida quando progetti è saper coniugare la parte puramente estetica a quella tecnica / funzionale. Quando Univet progettava e realizzava come terzista occhiali sportivi o fashion per brand universalmente riconosciute, i dettagli erano finalizzati esclusivamente all’estetica. Negli occhiali che oggi progetto per Univet, ogni minimo dettaglio estetico deve avere anche valenza tecnica e garantire lo scopo per cui nasce : la sicurezza.

Può essere così che il logo dell’azienda applicato sull’asta non abbia esclusivamente un obiettivo di branding, ma diventi parte del sistema di regolazione .

Nella maschera 6X3 ad esempio la sola lente doveva avere funzioni che spiegate fanno capire il perché abbia vinto un premio così importante: la lente doveva eventualmente poter contenere gli occhiali correttivi dell’utilizzatore, doveva essere facilmente sostituibile, doveva avere senza che questi diventassero invasivi , i giusti agganci per il facciale protettivo, doveva permettere una visibilità orizzontale e verticale maggiore di qualsiasi altro prodotto presente sul mercato , non doveva interferire con l’utilizzo di maschere semifacciali e ovviamente doveva essere bella, nuova esteticamente ed in linea con il family feeling di Univet… direi un bello sforzo progettuale.

 

The Perfect Job:

Qual è il segreto per diventare un affermato designer?

Fabio:

La passione ,la curiosità e la convinzione nelle proprie capacità ,sono gli elementi imprescindibili per affermarsi in questa professione. Ma non basta. Il lavoro del designer non può assolutamente essere vincolato al concetto del “lavoro d’ufficio o a tempo”: a volte l’idea viene subito, altre tarda ad arrivare, senza considerare che può succedere che i giorni adoperati per mettere su carta o a CAD un disegno vengano poi buttati in un cestino perché nella sua evoluzione il progetto si è reso non in linea con le aspettative o a causa della complessità esecutiva semplicemente fuori budget e di conseguenza invendibile . Non bisogna demordere e aver sempre chiaro in testa il proprio obiettivo.

Per ottenere risultati vincenti è fondamentale avere al proprio fianco un gruppo di persone con la tua stessa visione: il successo ottenuto con Univet non sarebbe stato possibile e non sarà ripetibile in futuro senza quel legame e quel sentirsi parte di quella famiglia che ci permette di lavorare in simbiosi verso obiettivi e sfide sempre più alte.

Scritto da Matteo Mascheretti
Laurearsi, lavorare in un’azienda, rendersi conto che non è la strada giusta. Licenziarsi e trasformare la passione per l’advertising in Wao Creative (waocreative.com), non ancora un’agenzia, ma due menti che con la parola e l’immagine fanno comunicazione. Appassionato di social media e nuove tecnologie, organizzo il Palazzolo Digital Festival e ne curo la promozione.

Lascia Un Commento