La tradizione tessile che sposa l’innovazione. E vola su una nuvola. Di @MaskeEmme

Viviamo in un periodo storico unico, per certi versi epocale. Lo spettro della crisi economica mondiale continua ad aleggiare sulle nostre teste e riempie pagine e pagine di quotidiani, imperterrito.

E ha portato ad un cambiamento, perché, non c’è ombra di dubbio, da dieci anni a questa parte parecchie cose sono mutate. A partire dal tessuto industriale del nostro Paese, composto in prevalenza da piccole e medie imprese, alle quali fanno capo menti differenti, ognuna della quali ha deciso di prendere strade diverse.

C’è chi ha tentato di resistere, imperterrito, convinto che il proprio modello di business datato 1980 fosse ancora competitivo. E c’è invece chi ha iniziato a percepire il futuro come una scadenza imminente, facendo dell’innovazione e della ricerca il leitmotiv per guardare avanti, per adattarsi al cambiamento.

 

Enrico e Simone Marini. Fratelli, 45 anni il primo, 40 il secondo, una vita dedicata alla loro azienda, la A.M.T. Textile & Tech Division di Cologne, provincia di Brescia.

La storia di una piccola realtà industriale che, a partire dall’assistenza per macchine tessili, grazie all’innovazione è approdata su una nuvola.

 

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Simone, l’azienda che hai costruito con tuo fratello Enrico, nasce circa 20 anni fa, periodo in cui il settore tessile, in Italia, offriva ancora margini di successo. Brevemente, come è nata e come si è evoluta A.M.T.?

 

A.M.T. nasce nel 1995 e si propone sul mercato come realtà che fornisce assistenza e revisione per macchine tessili per conto di un importante costruttore. Negli immediati anni successivi, maturò però la consapevolezza che il settore tessile avrebbe potuto offrire ampi spazi di crescita e quindi cercammo di comprendere quali fossero le necessità e le mancanze di tale mercato. Nel 1999, consci che le revisioni meccaniche erano di vitale importanza per qualsiasi impianto, prendemmo la decisione di aprire una piccola officina specializzata. L’industria tessile però, richiedeva anche una notevole quantità di pezzi di ricambio. Perché non offrire quindi un servizio completo? Furono queste le basi per stringere nel 2003 un importante accordo con alcuni costruttori, che affidarono a A.M.T. la gestione della ricambistica. Diventammo quindi una realtà in grado di supportare il cliente dall’assistenza fino alla fase di intervento per i ricambi delle macchine.

 

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Possiamo quindi affermare che la vostra visione era corretta, ossia il mercato tessile stava offrendo notevoli margini di crescita.

 

Sì, senza dubbio A.M.T. fu protagonista di una notevole crescita, ma già agli inizi del 2000 intuimmo che il mercato tessile, in Italia, non avrebbe avuto un futuro florido. Al contrario, molti altri paesi stavano registrando una considerevole crescita. L’interrogativo da porsi era sempre il medesimo: cosa potremmo offrire al mercato estero? Nel 2005, sfruttando il network di contatti sviluppato nel circuito dei costruttori, capimmo che i nostri costi relativi all’assistenza e la revisione, non potevano competere con il mercato globale. Da qui la decisione di dedicarci esclusivamente alla ricambistica e grazie ad accordi con importanti agenzie, riuscimmo ad approcciare paesi come Brasile, Messico e Tunisia. Ma non bastava. Alla fine dello stesso anno, aprimmo un nuovo stabilimento ad Adro (provincia di Brescia, ndr) adibito alla rigenerazione di macchine tessili usate, assicurando inoltre un servizio certificato di garanzia. In parallelo, ci dedicammo inoltre al progetto “Performance”, marchio registrato con il quale producevamo pezzi di ricambio di alta qualità destinati al mercato cinese.

 

Uno spostamento verso il mercato cinese, dunque?

 

Esattamente, spostamento che nel 2008 coincise con un importante accordo commerciale con un’azienda cinese che ci diede la possibilità di distribuire in tutto il mondo un prodotto di sua fabbricazione, ma concepito in base a nostri progetti e specifiche: il telaio Wizard, il più grosso investimento da parte di AMT. Purtroppo i risultati sperati non arrivarono e fu questo uno dei primi campanelli di allarme che ci fece capire la necessità di correggere la nostra rotta.

 

Quali furono le difficoltà o gli impedimenti riscontrati nella commercializzazione del telaio Wizard?

 

Il telaio Wizard fu percepito dal mercato come un prodotto concepito e prodotto in Cina, collocabile quindi in una fascia di prezzo che a fatica andava a coprire il notevole investimento sostenuto da A.M.T. per lo sviluppo e la promozione. Ma la vera svolta arrivò quando ci rendemmo conto che la strategia di vendita seguita da A.M.T. fino al 2010, non era più competitiva: i rivenditori di ricambi presenti sul mercato globale si erano ormai riorganizzati e si approvvigionavano direttamente in Cina, andando a mettere in difficoltà la nostra linea.

 

La visione di A.M.T. sulla sorte del settore tessile in Italia si è pertanto dimostrata fondata. Un’azienda che ha saputo comprendere con largo anticipo il declino di un settore, come si è premunita per affrontare questo cambiamento? E soprattutto, quale strada vi ha portato ad imboccare?

 

Il cambiamento, innanzitutto, non lo si affronta quando ormai è necessario. Il cambiamento è un lento divenire di passaggi, non lo si può intraprendere da un giorno all’altro. Credo che la costante ambizione di apportare innovazione sia l’elemento che ha permesso ad A.M.T. di guardare al futuro con lungimiranza. Quando nel 2010 ci rendemmo conto di non essere più competitivi come in passato, la decisione fu di “mettere sul tavolo” tutte le nostre competenze: la conoscenza tecnica (meccanica ed elettronica), un’enorme esperienza nell’after-sales e una conoscenza approfondita delle necessità dei clienti. Perché le esigenze del mercato tessile, sono le medesime di un qualsiasi altro settore industriale. Per ritracciare il percorso di A.M.T., dovemmo nuovamente fermarci, analizzare la situazione e porci l’ennesimo interrogativo: “Cosa chiede il mercato oggi?”.

La risposta fu abbastanza immediata: l’ottimizzazione dell’efficienza, soluzione imprescindibile per qualsiasi realtà industriale che non vuole affondare in un mercato caratterizzato da una sovra-produzione dei beni. E per ottimizzare l’efficienza, la strada da prendere è quella dell’innovazione tecnologica.

 

Un miglioramento dei processi di produzione industriale per aumentare l’efficienza. Che tipo di soluzione avete sviluppato per raggiungere tale obiettivo?

 

Tutto nasce dalla partecipazione ad un evento legato all’innovazione digitale, durante il quale abbiamo avuto il piacere di conoscere Nicola Vezzoli e Daniele Gamba di Sintattica, che in un loro intervento al festival mostravano un esempio di cosa si può fare sfruttando le potenzialità di un cloud. Da questo incontro fortuito è nato il futuro di AMT: le conoscenze di Sintattica in merito alla programmazione e allo sviluppo software, sommate a quelle di AMT, hanno reso possibile la creazione di un sistema di monitoraggio della produzione, composto da una scheda hardware proprietaria, costruita internamente, che acquisisce i segnali di stato dalla macchina e li trasmette alla rete web, il tutto sen­za l’utilizzo di cavi ethernet, quindi wireless. Gli stessi dati, accolti da una piattaforma di raccolta alloggiata in un web-cloud, vengono poi ela­borati dal software applicativo e resi disponibili all’utente su qualsiasi dispositivo che si possa connet­tere ad internet, semplicemente accedendo ad uno specifico indirizzo ed inserendo user e password.

Un sistema che permette di avere illimitati punti d’accesso non vincolati e che permette il controllo di impianti geograficamente dislocati in posti diversi da un’unica postazione, oppure permet­te di seguire l’andamento dell’impianto da qualsiasi dispositivo, ovun­que ci si trovi nel mondo, in qualsiasi momento in tempo reale.

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In parole povere, la realizzazione concreta del tanto citato neologismo “internet delle cose”.

 

Esattamente, tanti ne parlano, ma veramente poche realtà industriali sono in grado di collegare in cloud macchinari industriali e controllarli tramite dei server remoti a cui ci si può connettere semplicemente tramite un sito internet. Un grosso sforzo, sia economico che tempistico, dato che l’hardware deve avere una serie di peculiarità per far sì che possa essere installato in ambienti particolari e difficili, quale è il tessile per via della polvere e delle forti vibrazioni delle macchine. Medesimo discorso per la gestione in cloud: il server dovrà ordinare e gestire milioni di segnali contemporaneamente, per poi smistarli, tradurli ed infine metterli a disposizione di un altro server che farà vedere all’utente le informazioni. Più si semplifica l’usabilità lato utente, più lo sviluppo è difficoltoso.

 

Quindi, un sistema applicabile a qualsiasi settore industriale?

 

Assolutamente e questo grazie alla modularità dell’hardware sviluppato da A.M.T., una piattaforma che potremmo definire universale. Inizialmente l’abbiamo applicato al settore che conoscevamo meglio, quello tessile, sfruttando oltre a tutto sinergie commerciali con l’ancora esistente divisione tessile della nostra azienda, per poi proporlo con ottimi risultati anche ad un’azienda di compattatori per rifiuti la quale voleva ottimizzare il ciclo di lavoro. La situazione in cui ci troviamo oggi è molto simile a quella che si presentò verso la fine degli anni ’80 ai primi venditori di personal computer: un enorme prateria in cui tutto è da costruire! E ovviamente, chi ha investito e creduto nell’innovazione, è due passi avanti rispetto agli altri.

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Da un punto di vista prettamente commerciale, l’obiettivo di Thinglu è focalizzarsi sul mercato nazionale oppure manterrete l’attitudine di A.M.T. all’export?

 

Per ora abbiamo venduto quasi esclusivamente in Italia, anche se è di pochi giorni fa l’ufficializzazione di un accordo commerciale in Turchia. Importante ricordare che il nostro sistema di monitoraggio è un prodotto altamente esportabile e allo stesso tempo difficilmente copiabile, in quanto mette assieme delle competenze difficilmente miscelabile. Ovviamente non abbiamo la presunzione di ritenerci gli unici in grado di fare questo tipo di lavoro, ma sicuramente non sono molte le aziende che grazie ad un mix atipico di competenze riescono a sviluppare soluzioni chiavi in mano per i controlli di processo come stiamo facendo noi.

 

Innovazione, una parola che hai ripetuto spesso durante l’intervista e probabilmente la parola-chiave che riassume la trasformazione di AMT. Da questo punto di vista, come si è evoluto l’organico nel corso degli anni?

 

Nell’ultimo anno abbiamo assunto tre nuove persone, un ingegnere informatico e due programmatori e in parallelo è stata costituita insieme a Sintattica la nuova società Thinglu. Puntiamo molto sui giovani, infatti la maggior parte dei ragazzi in azienda sono neo-laureati, ma in generale apriamo le porte a chiunque abbia la passione e le competenze per la ricerca e lo sviluppo di nuove soluzioni. Inoltre, tramite l’Università di Crema, dopo un periodo di stage abbiamo assunto una programmatrice informatica.

 

In che modo continuerete ad incrementare il settore Ricerca e Sviluppo?

 

In affiancamento al tradizionale R&D che cerca di soddisfare le esigenze dei clienti con soluzioni sempre più innovative, abbiamo in cantiere diverse iniziative rivolte all’individuazione di persone con spiccata propensione all’innovazione. L’obiettivo è creare una sorta di laboratorio in cui persone con svariate competenze possano avvicinarsi a una realtà industriale come la nostra e, allo stesso momento, un’occasione per AMT di valutare nuove collaborazioni.

 

Che consigli di sentiresti di dare a un giovane che oggi voglia intraprendere una sua attività?

 

Innanzitutto deve avere le idee chiare su ciò che vuole e soprattutto serve tanta perseveranza. A volte gli sforzi, i sacrifici, sembra che non portino i risultati sperati. Ma se l’obiettivo da raggiungere lo si ha sempre ben chiaro, con la dedizione lo si conquista.

 

Scritto da Matteo Mascheretti
Laurearsi, lavorare in un’azienda, rendersi conto che non è la strada giusta. Licenziarsi e trasformare la passione per l’advertising in Wao Creative (waocreative.com), non ancora un’agenzia, ma due menti che con la parola e l’immagine fanno comunicazione. Appassionato di social media e nuove tecnologie, organizzo il Palazzolo Digital Festival e ne curo la promozione.

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