La manifattura non è sola una mera esecuzione, bisogna lasciare un segno sulle proprie creazioni. La storia di Dario, tra i telaisti più famosi d’Italia, di @marcelloziliani

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Ci spieghi chi sei e qual è la tua professione?

Io sono un semplicissimo artigiano. Progetto e produco telai di biciclette tramite le tecniche della carpenteria metallica leggera. A differenza di altri oggetti prodotti attraverso le stesse tecniche, lavorare sulla bicicletta è qualcosa di molto legato alla relazione e all’interazione dell’uomo con il mezzo.

 

Ci racconti in breve la tua storia e cosa ti ha portato ad appassionarti al mondo del ciclismo?

Sono arrivato a fare questa professione per puro caso, e anche un po’ per necessità. Quando ero giovane correvo in bicicletta, ma non avevo alcun interesse per la meccanica; mi piaceva correre. A un certo punto della mia vita, per motivi di studio, mi sono trasferito a Verona e ho cambiato squadra ciclistica. Durante quegli anni ho conosciuto quello che allora si chiamava direttore sportivo (oggi team manager) che aveva anche un’azienda che produceva telai di bicicletta. Come un po’ tutti a quell’età ero fortemente squattrinato e quando un giorno questo signore mi propose di lavorare nella sua azienda. Accettai.

Quando si inizia a fare un mestiere come il mio si rischia di diventare un po’ come un tossico: non puoi più smettere, è un mestiere per la vita e il coinvolgimento è molto elevato.

Questo mestiere ha delle fasi abbastanza definite che ti fanno arrivare, se hai talento, a determinate scelte. Io sono stato fortunato perché in quell’azienda si collaborava con numerosi terzisti, e quindi ho potuto lavorare su grandi numeri e questo mi ha permesso di accumulare molta esperienza; cosa che se lavori da solo non succede.

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Quali sono i materiali e gli strumenti del tuo mestiere?

Io lavoro quasi solo con l’acciaio. La gente ha quest’idea che quando arriva qualcosa di nuovo bisogna assolutamente utilizzarlo, come ad esempio la fibra di carbonio. Sembra che l’acciaio sia visto come qualcosa di povero, di pesante. Invece il materiale è una parte del progetto, è l’idea che sta dietro il progetto che è molto più importante, ed è proprio lì che sta la sfida: progettare al meglio un oggetto senza dover per forza ricorrere al materiale innovativo per esaltarne le qualità.

Ormai il mercato della bicicletta è completamente in mano ai Cinesi che producono milioni di biciclette che rimangono chiuse nei container per molto tempo. Purtroppo il mondo fa fatica ad avere una visione, ma anche un’etica rispetto alle cose che vengono prodotte e utilizzate.

Ormai anche il mercato delle biciclette è saturo, è diventato un fenomeno troppo grosso e in questo modo viene bruciato.

 

C’è una filosofia dietro ai tuoi lavori?

Il manufatto non è sola una mera esecuzione, deve esserci qualcosa di più, qualcosa che permette alle persone di riconoscere a 10 metri di distanza che quell’oggetto lo hai fatto tu. Bisogna lasciare un segno. Per fare questo bisogna necessariamente avere un’idea e una filosofia di vita e di lavoro e poi bisogna avere una certa integrità e autodisciplina.

Io sono partito da diverse considerazioni all’inizio degli anni ’90. In quegli anni stavano cominciando ad entrare sul mercato molte novità, per quanto riguarda i materiali e le tecnologie, molte delle quali però non buone. Per quanto mi riguarda ho cercato di tornare con lo sguardo al passato, “non è che oggi la strada sia diventata diversa e il cristian che’l gira el manubrio le sempre quel”. Invece il marketing nelle grande aziende non fa altro che pensare che sia tutto cambiato e quindi è necessario modificare continuamente i metodi e i materiali di produzione.

A quel punto ho cominciato a ripensare all’oggetto bicicletta così com’era stato pensato nella tradizione e ho cercato di capire cosa si poteva migliorare a partire dai dettagli. È un pensiero continuo: ti svegli pensando all’officina e ti addormenti pensando all’officina.

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Secondo te il mondo della bicicletta è cambiato negli anni?

Quando ho cominciato a fare questo mestiere la bici era considerata dalle famiglie come un bene di tutta la comunità. Tutta la famiglia si impegnava a comprare la bicicletta. La bicicletta era un oggetto molto popolare, usato da grandi e piccini, era il primo regalo importante che si faceva ai bambini ed era un mezzo di trasporto che ti accompagna per tutta la vita.

Oggi, invece la bicicletta è diventata un bene di consumo. È diventata come il telefonino: tantissime persone cambiano una bicicletta all’anno, e non sono persone che praticano il ciclismo in modo agonistico, sono magari quegli appassionati che si vanno a fare 50-60 km durante il fine settimana.  Questa moda è cresciuta un po’ anche per il movimento salutistico che c’è attorno…

 

In un articolo del Sole 24 ore ti hanno soprannominato il Re Mida della bicicletta, in pratica quello che crei diventa oro!

Secondo me non è che sia proprio vero, non è molto appropriato. Essendo un articolo de il Sole 24 ore chiaramente la citazione era basata sugli aspetti economici del mestiere. Venivo inserito in una lista di personaggi molti dei quali miliardari, io assolutamente non lo sono. Forse Re Mida perché all’interno della comunità sono visto come uno molto prolifico e, bene o male, molte delle cose che ho fatto hanno avuto parecchio successo.

Io ho portato nella bici delle cose che mi hanno sempre interessato perché ho semplificato al massimo l’oggetto, sia per quanto riguarda i materiali, sia il processo esecutivo, sia il dettaglio costruttivo e chiaramente il risultato finale.

 

Però in tanti ti chiamano anche l’artista della bicicletta…

Bisogna sempre pensare che con la bici da corsa esiste un’interazione tra l’uomo e la macchina. Tu senti se la bicicletta ti viene dietro o meno se ti asseconda, se è comoda o scomoda. Insomma non sono 4 pezzi di ferro messi assieme, ti da delle sensazioni.

Quando sono arrivato al punto in cui, secondo me, gli aspetti tecnici erano abbastanza a posto, ho cominciato ad occuparmi anche degli aspetti estetici. Ho iniziato a ragionare sul fatto che avevo a disposizione una superficie, anche se piuttosto ridotta e invece di usare delle tecniche tradizionali di verniciatura e delle simbologie comunemente usate nel campo delle biciclette, ho cercato di capire se si potevano utilizzare delle idee e delle pratiche proprie dell’arte contemporanea. Ho cercato sempre di ragionare su schemi di colore particolare, anche per far risaltare l’unicità del pezzo.

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Le biciclette che fai sono personalizzate e su misura, oppure seguono misure standardizzate?

Una parte sono personalizzate, anche una parte consistente, direi, il 50 %, le altre invece seguono misure standard.

Il “su misura” riguarda principalmente un’interpretazione che si fa sulle misure antropometriche di chi dovrà poi usare la bicicletta ma è anche necessario avere un’idea abbastanza chiara di quella che è la mobilità articolare di chi poi userà la bicicletta. È diverso se il mezzo viene usato da un trentenne o da un sessantenne.

Il problema sta nel fatto che la bici è uno strumento di sofferenza. Non è una posizione comoda! La posizione è dettata un po’ dalla biomeccanica dalla quale si capisce che in quella posizione riesci a generare una certa velocità, un po’ dalla dinamica, ma non è che sia molto naturale.

 

Chi sono i tuoi clienti?

Io lavoro solamente con i distributori e vendo la maggior parte delle biciclette all’estero. Ho deciso di lavorare con dei distributori proprio per poter raggiungere mercati più lontani e ora emergenti, dove la comunicazione spesso è difficile, paesi come sud est asiatico, Malesia, Indonesia ecc…

È vero che essere legati ad un distributore non è sempre un fatto positivo, perché la filiera si allunga e i costi aumentano, però è anche vero che ti permette di arrivare in posti dove faresti molta fatica ad arrivare.

E poi considerate che la mia realtà è microscopica!! Più o meno vendo sui 500-600 pezzi all’anno di cui in Italia solo 5 – 10, negli USA tra 150 e i 200 pezzi, e 70 solo a Taiwan!

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Da un po’ di tempo hai preso la decisione di non vendere più i tuoi telai di bicicletta in Italia, qual è il motivo di questa scelta?

Mi sono rotto le scatole di avere discussioni con le persone. Se tu vai dal dottore sei disposto a spendere 100 euro perché ti curi. Per molti anni sono arrivati da me personaggi che mi dicevano cosa dovevo fare. Il cliente Italiano vuole sempre importi le sue scelte. Allora io a questo punto non sono più uno che fa il suo mestiere, ma sono uno che esegue quello che gli vene chiesto. Se vai dal dentista e fai così il dentista ti manda via.

L’italiano, forse i latini, a differenza dell’anglosassone hanno poco rispetto per il lavoro artigianale. Vai da un artigiano perché apprezzi il lavoro che fa, non perché vuoi che ti faccia le cose come le vuoi tu.

 

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Scritto da M. Ziliani & S. Gasparotto
Marcello Ziliani, architetto, si occupa prevalentemente di product design, allestimenti, art direction, design coordination, grafica e comunicazione. È docente del laboratorio di design del prodotto nel corso di laurea magistrale in interaction design dell’università di San Marino. Silvia Gasparotto è designer e ricercatrice. Collabora con Marcello Ziliani nel laboratorio di design del prodotto nel corso di laurea triennale dell’Università di San Marino/IUAV.

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