Intervista al Turco, lo stylist che fa rima con rap, di @Michele_Pagani_

Si pensa sempre che per fare certi lavori si debba stare in Isola, a Monti o addirittura a Kreuzberg.

Tipo, hai mai sentito parlare di un attore che sta a Roncobilaccio? O di un producer di Avezzano? E pensi sia possibile riuscire a vestire i protagonisti più caldi della scena HipHop italiana, stando nella nebbiosa Travagliato, deep pianura padana, città resa famosa dalla carne di cavallo e dalla vicina BREBEMI?

Sembra un romanzo di David Foster Wallace in salsa nostrana, esatto. Eppure è una storia vera.

Davide Turcati è proudly based in Travagliato (BS), ma, tra un progetto e l’altro, si è ritagliato uno spazio importante tra i rapper della penisola, diventandone stylist di fiducia.

Il Turco (così lo chiamano le persone più intime) è un caro amico e ho pensato che fosse un personaggio interessante per TPJ. Ci siamo fatti una bella chiacchierata, ridendo e mischiando come al solito temi seri a battute e divagazioni varie.

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TPJ: Ciao Davide, presentati ai nostri lettori.

Davide: Ciao, sono Davide Turcati, istrionico ed egocentrico stylist, buyer e titolare del negozio Maybe di Travagliato (BS). Può andare come definizione? (Ride).

TPJ: Da dove hai cominciato?

Davide: Ho fatto elementari e medie come tutti, ma non credo questo sia degno di nota. Dopo un diploma scientifico a indirizzo artistico al Liceo Calini di Brescia, mi resi conto che l’unica cosa che sapevo fare era legata al mondo dell’abbigliamento. Credo fosse questione di genetica: pure i miei genitori lavorano nella moda. Così, mi iscrissi ad un corso di storia della moda allo STARS e virai poco dopo verso un’altra accademia. Mi iscrissi al MACHINA e finii in due anni, durante i quali mi feci le ossa come commesso all’outlet di Guess. Fu la conferma che quello era il mio mondo: feci per qualche tempo l’aiuto stilista in Domina, storica azienda di Castrezzato (BS) che produceva linee da donna conformate, e mollai tutto quando mi contattò Pharmacy. Ci rimasi dal 2007 al 2008, gestendo produzione e rapporti con i fornitori per un anno e mezzo. L’azienda non andava benissimo, sebbene avesse il giusto approccio stilistico. Fu in quel periodo che decisi di aprire il mio negozio. Era il febbraio 2007: lo feci anche grazie all’aiuto dei miei genitori, senza mollare il mio posto in Pharmacy. Furono momenti importanti per la mia formazione.

TPJ:  E quando cominciò la tua carriera da stylist?

Davide: Tutto iniziò per caso, nel 2008. Era il mio periodo in Pharmacy e ricevetti una telefonata: era Raige, che ci chiedeva qualche capo per un video. Preparai un bel pacco e glielo mandai. Sentii subito che quello poteva essere il mio mondo. Nel frattempo, ero solito organizzare concerti a tempo perso, d’estate, al mio paese. Un anno, contattai Coez: il suo manager (Tommaso Fobetti) era un mio amico, pure lui rapper, che avevo conosciuto anni prima e perso di vista da qualche tempo. Nel ricevere la mail, si ricordò di me e mi chiese di aiutarlo a sviluppare il cambiamento di Coez, che stava subendo un’evoluzione artistica e stilistica importante. Il riscontro oggettivo fu molto forte: il suo cambiamento di immagine fu evidente e ricevetti moltissimi attestati di stima. Con Coez, mi introdussi sempre più nella scena rap italiana: sul set di Instagrammo conobbi Gemitaiz e Madman; ci fu subito feeling e cominciai a lavorare pure per loro, oltre che per Edipo. Tutto si è susseguito molto rapidamente.

TPJ:  Ok, ma oltre a farti i selfie con i rapper, in cosa consiste il tuo lavoro?

Davide: Il mio lavoro funziona così: mi arriva la storyboard del video. Io la studio, mi confronto con regista, manager e artista, decidendo l’impronta da dare all’artista stesso, coerentemente col mood del video e con l’intero impianto di comunicazione. Una volta stabilito il tutto, traduco le mie idee in richieste concrete alle aziende, stando molto attento alla fisicità del protagonista. Di solito mi faccio mandare merce gratuita, creando connessioni tra brand e artista, ma capita anche che utilizzi merce d’archivio. Sia chiaro, in questa fase non mi piego a esigenze commerciali: non avendo placement vincolanti, cerco sempre di rappresentare bene lo stile del mio assistito, coniugando brand e artista. Lo faccio in maniera totalmente libera e vedo che ciò sta pagando: un cantante deve rappresentare sé stesso, non va bene forzare la mano costruendo un personaggio finto; il pubblico se ne accorgerebbe. Pensa che Gemitaiz, addirittura, porta nei video i vestiti che si compra per indossarli nella vita di tutti i giorni. Poi beh, se posso infilare qualche capo di STRAGE, la mia linea, lo faccio volentieri! Ma è l’unica “forzatura” che mi auto-impongo. Trovo davvero esaltante lavorare con registi come You Nuts ProductionFabrizio Conte, Cosimo Alema, Chiricò e Federico Fred Cangianiello.

TPJ: Godi di un punto di vista privilegiato nel mondo musicale. Cosa spinge il tuo iPod?

Davide: Cerco di stare sempre sul pezzo: ascolto naturalmente gli artisti che vesto e li ascolto con piacere, non solo perché lavoro con loro. Ho la fortuna di vestire la musica che mi piace.

Poi, se posso aggiungere qualcuno, direi che ultimamente mi piace molto The Weeknd. Tuttavia, non c’è solo HipHop: nelle mie playlist non mancano mai soul e Led Zeppelin.

TPJ: Che artista vorresti vestire?

Davide: Mi sarebbe piaciuto lavorare per Theophilus London, per confrontarmi con lui, che reputo un figo. Peccato che il progetto sia stato un mezzo flop. Poi, troverei sfidante lavorare per Lil Wayne, adattandolo al mercato europeo, Asap Rocky e… Devendra Banhart. Sì, proprio lui, così pure la quota hipster con la puzza sotto il naso è contenta (ride).

TPJ: Avere la tua visibilità senza stare in città è compito difficile. Quanto ti hanno aiutato i social in questo percorso?

Davide: Beh, i social network per me sono fondamentali. Lavoro molto sul personal branding, ma lo faccio in maniera inconsapevole e genuina: a volte passo per personaggio troppo autoreferenziale, ma è un lato del mio carattere. E in questo modo sono riuscito a costruire una proposta internazionale e sul pezzo, partendo dalla provincia. Sono fortunato: spesso partecipo ai video perché ho una determinata immagine che, volente o nolente, si adatta a determinati ruoli. Chi mi conosce sa che io sono esattamente questo: in negozio, alle serate con gli amici e sul set. Forse è proprio questa la mia forza.

TPJ: E STRAGE che cos’è?

Davide: STRAGE è la mia creazione, nata con Guido Ontini e Andrea Mazza. Era da tempo che volevo fare una collezione mia: questi due amici lavorano per un noto showroom e, mettendoci insieme, abbiamo studiato una tipologia di brand che mancava nel panorama streetwear alto. Abbiamo disegnato una linea che andasse bene in primis per noi: maglie lunghe e strette e vestibilità particolari, sotto il segno di S.T.R.A.G.E., che significa “Step the rules and go endless”. La prima stagione è andata meglio del previsto, con molti artisti che si sono innamorati del progetto. In primavera usciremo con la nuova collezione e stiamo cercando di fare un passo alla volta in modo serio e ben studiato. D’altronde, non siamo i soliti pischelli che fanno t-shirt: siamo tre professionisti del mondo della moda. Vedremo: io sono davvero entusiasta!

TPJ: Parlaci del tuo negozio.

Davide: Fin dalle superiori avevo deciso col mi compagno di banco che avrei aperto un negozio, chiamandolo Maybe. Aprii nel 2007, creando una realtà nuova per la provincia. Cercavo di fare parecchia ricerca, con una brand list che cambiasse ad ogni stagione. Nel febbraio 2015 ho unito il negozio da uomo con quello da donna, in un unico grande store che propone offerte congrue. Anche questa è stata una scommessa vinta.

TPJ: I brand che ti danno più soddisfazioni?

Davide: Non vorrei fare dei torti a nessuno, ma se devo nominare i marchi che preferisco per ricerca, direi Paura, SUPER sunglasses e Moschino.

TPJ: Hai altri progetti in ballo?

Davide: Beh, sì. I progetti non finiscono mai, al punto che talvolta scherzo facendo riferimento ad una fantomatica “fondazione Maybe”. Non sto mai fermo: oltre a quanto sopra, collaboro con Bragging e Rehab, di cui sono cofondatore e che sono stati un ottimo trampolino di lancio per il negozio, grazie ai fratelli Looney Goons. Poi, a febbraio andrò ad un importantissimo festival nazionale… Ma non posso aggiungere altro. Chi ha orecchie per intendere…

TPJ: Dove ti vedi tra 10 anni?

Davide: Beh o sulla copertina del Times o come segretario nello studio della mia ragazza, che sarà la veterinaria più famosa del mondo.

Ridiamo.

In negozio arriva della gente e lui mi ricorda che nonostante l’HipHop e le collezioni, lui è sempre un bottegaio di Travagliato, che deve riempire di attenzioni i propri clienti. Ci salutiamo, lasciandolo al suo lavoro. D’altronde, il Turco è questo: un po’ di paradosso, del genuino egocentrismo ed un incondizionato amore per la sua professione.

Scritto da Michele Pagani
Michele Pagani è consulente di digital strategy, business development e web marketing. Ex research assistant presso l'Università Bocconi di Milano, vanta una profonda conoscenza del mondo digital. Ha all'attivo il lancio di due startup ed è cofondatore della web agency NPCREW.

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