Intervista a 100 lavoratori, il risultato? Se sei laureato guadagni meno, di @Michele_Pagani_

Ho 29 anni e passo le mie giornate a giocare con dei giganteschi fogli Excel, rimbalzando tra report ed Insights, chiedendomi come migliorare le KPIs, come ottimizzare i dati e su quali variabili intervenire per ottenere l’effetto desiderato. Geekissimo, considero i numeri dei cari amici: mi raccontano cose, mi schiacciano l’occhio suggerendomi scorciatoie e mi permettono di comprendere meglio i fenomeni.

Sarà che la statistica mi ha sempre entusiasmato, sarà che ormai in un negozio, davanti ad uno scaffale, vorrei l’opzione “sort by” per trovare subito ciò che cerco, sarà che le mappe che raccontano dati mi esaltano quasi quanto questo profilo Instagram… Non lo so. Sta di fatto che ultimamente, quando osservo un qualsiasi fenomeno, ho una vocina dentro che, curiosa, mi chiede dei dati a supporto delle mie idee. Sempre.

Mi capita quando al bar mi fanno domande tipo “Ma quanto fa cacare la difesa del Milan?”, “Secondo te è più figo Dan Bilzerian o Gianni Morandi?” o “Mi consigli una playlist per la corsa?” e vorrei sciorinare dati, tra grafici a torta e diagrammi a dispersione. Tuttavia, per non uccidere la serata (cosa che per altro mi viene piuttosto bene, NDR), mi limito a rispondere con frasi tipo “Tantissimo!”, “Gianni Morandi” e “Io di solito ascolto Action Bronson”. Tuttavia, dentro di me, la voglia di andare in profondità bolle come l’acqua della pasta, pronta ad uscire dal coperchio.

Ecco quindi la mia idea: trasformare una chiacchiera da bar in un’analisi pseudo-scientifica, partendo da un tema che è sempre sulla bocca di tutti. No, non parlo di quanto caldo sia stato il luglio 2015 né di quanto irritante sia la canzone di J-Ax col Cile. No. Parlo di lavoro, di quella cosa che per i due terzi delle nostre giornate ci occupa pensieri, parole, opere e omissioni (Cit.). Guardando il TG che parlava di disoccupazione e miseria tra noi millennials (e non solo), mi sono chiesto come fossero messi i miei amici: ho fatto un bel po’ di domande a 100 di loro e, ben consapevole della non scientificità di quanto raccolto, ho deciso di giocare un po’ coi numeri. Il risultato è “Chiacchiere da bar into stats”, ovvero “Il lavoro dei miei amici, raccontato con qualche grafico”.

Iniziamo dal campione.

Ho raccolto 100 risposte, tra 44 ragazze e 56 ragazzi, grazie a un questionario (compilato in forma anonima) composto da 33 domande. L’età media del campione, che oscilla tra i 21 e i 50 anni, è di 29,98 anni. Insomma, ho intervistato per lo più amici a me coetanei, essendo pure io prossimo al fatidico compimento dei 30. Il 62% degli intervistati ha un titolo pari a Laurea Specialistica o Master, l’8% si è fermato alla Laurea Triennale, il 28% ha mollato la scuola con la Maturità ed uno solo ha lasciato gli studi dopo le Medie.

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È singolare il fatto che le persone con Laurea Specialistica o Master siano quelle con il maggior “tasso di disoccupazione”: 5,13%, contro un 4% dei diplomati ed un sorprendente 0% di laureati triennali e diplomati (sebbene qui il campione sia un po’ risicato, lo ammetto).

Ancor più interessante è stato capire quanto guadagnano i miei amici. Qui, il campione si dispone in questo modo: il 7% guadagna meno di 500 euro (!!!), il 17% tra 500 e 1.000 euro, il 34% tra 1.000 e 1.500, il 30% 1.500 e 2.000 euro,il 4% tra i 2000 e i 2.5000 euro e l’8% più di 2.500 euro. La media ponderata? 1.442 euro.

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Se poi vogliamo esplorare la correlazione stipendio – titolo di studio, notiamo uno scenario curioso:

  1. il non diplomato guadagna tra i 1.500 ed i 2.000 euro (facciamo 1.750 euro, per semplificare);
  2. tra i diplomati, il 47,06% guadagna tra i 1.000 ed i 1.500 euro, il 17,65% più di 2.500 euro, l’11,76% tra i 1.500 ed i 2.000 euro ed il 17,65% tra i 500 ed i 1.000 euro. Se facciamo la media ponderata degli stipendi, dunque, otteniamo 1.544,11 euro.
  3. la maggior parte dei laureati triennali (75%) guadagna tra i 1.000 ed i 1.500 euro, con due “eccezioni” come “più di 2.500 euro e “tra 500 e 1.000 euro”. La media ponderata? 1.291 euro.
  4. stipendi altissimi per i laureati magistrali? Macché! Il 27,5% si porta a casa tra i 1.500 ed i 2.000 euro al mese, un altro 27,5% tra i 500 ed i 1.000 euro (!!!) ed il 20% tra i 1.000 ed i 1.500 euro, con la restante quota suddivisa equamente nel campione. La media ponderata? 1.400 euro al mese.

Ok, avete ragione, qui sicuramente entra in gioco anche il parametro “anzianità”, non esplorato, che dovrebbe influenzare il salario… Ma la non correlazione tra stipendio e titolo di studio mi pare evidente, per l’ennesima volta. Vogliamo confrontare quanto succede all’estero? Meglio non infierire.

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E che lavoro fanno i miei amici?

Qui le risposte sono state molto variegate: si va dal magazziniere al broker, dal ricercatore all’avvocato. Tuttavia, mi sono accorto di avere parecchi amici impiegati (18%), addetti nel mondo di comunicazione e marketing (15%), graphic designer (11%), imprenditori (9%) e medici (6%).

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Ho quindi esplorato cosa volessero fare da piccoli (a 6 e 15 anni) i miei amici, provando a capire se ci fosse qualcuno che ha realizzato i propri sogni. Beh, a 6 anni in tanti (10%) generalmente non pensavano al lavoro, mentre un buon 18% si vedeva pilota o astronautaA 15 anni, invece, i miei amici cominciavano a diventare più pragmatici: parecchi avvocati, broker, ingegneri ed addirittura un 14% di “manager”. Tutti sogni infranti? Non proprio: in 9 sono riusciti a diventare quello che speravano a 15 anni.

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Ma i miei amici fanno il lavoro per cui hanno studiato? Il 62% sì, il 38% no.

Qui, fortunatamente, c’è una correlazione tra titolo di studio e mansione: le risposte al questionario sostengono che più studi, più facilmente otterrai un lavoro consono a quanto dice il tuo curriculum. Il mio amico non diplomato lavora nell’edilizia, per cui non ha studiato. I miei amici diplomati, per l’88% fanno mansioni diverse da quanto previsto dal loro titolo di studi. Il 66% dei laureati triennali ha dovuto cercare qualcosa che non c’entrasse con quanto studiato. Infine, il 72% dei laureati magistrali fa il lavoro per cui ha studiato.

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Il questionario chiedeva poi se i miei amici fossero soddisfatti del proprio lavoro: il 90% ha dato risposta affermativa. Tuttavia, il 100% di loro si è detto interessato ad una nuova mansione. Insomma, i miei amici sono disposti a cambiare aria, per migliorare le proprie condizioni. Anzi, l’82% del campione è disponibile a trasferirsi all’estero per lavoro ed il 79% sostiene di studiare continuamente per migliorare le proprie competenze.

E quante esperienze all’estero hanno fatto i miei amici?

Il 37% ha fatto un’esperienza scolastica all’estero, tipo scambio e/o Erasmus, mentre il 34% degli intervistati ha fatto almeno un’esperienza lavorativa fuori dall’Italia.

C’è correlazione col tasso di occupazione?

Sì. Il 99% di chi ha fatto esperienza scolastica all’estero ed il 100% di chi ha fatto un’esperienza lavorativa all’estero oggi lavora, guadagnando in media anche di più (1.680 euro) rispetto ai colleghi senza esperienza all’estero.

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Cosa gratifica maggiormente i miei amici?

Per il 40% i complimenti da parte di un cliente, per il 21% un compenso extra, per il 20% i complimenti da parte di un superiore e per il 19% i complimenti da parte di un collega. Insomma, non interessa solamente “la grana”.

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Cos’è importante sul posto di lavoro?

Ho chiesto di dare una valutazione (da 1 a 5) a vari elementi, ottenendo questa graduatoria tra i “fattori importanti sul luogo di lavoro”:

  1. la possibilità di imparare (media voto 4,46);
  2. avere colleghi simpatici (4,11);
  3. l’etica del datore di lavoro (4,08);
  4. la possibilità di fare carriera (4,00);
  5. la flessibilità negli orari (3,87);
  6. la stabilità contrattuale, (3,66);
  7. il compenso, (3,55);
  8. la possibilità di viaggiare (3,37);
  9. la possibilità di “staccare” appena lasciato il posto di lavoro (3,25);
  10. un ambiente “cool” (3,23);
  11. la possibilità di cazzeggiare (2,53).

Per finire, ho chiesto a che età vorrebbero andare in pensione.

Qui, in molti hanno risposto cose tipo “so che non ci andrò mai”, un po’ rassegnati, ed uno ha risposto addirittura “quando non sarò più in grado di creare valore”. Gli altri, invece, hanno identificato i 56,48 anni come l’età ideale per ritirarsi.

Cosa emerge da questa analisi?

Beh, che ho amici sognatori, che si fanno il mazzo per realizzarsi più che per uno stipendio da nababbo, disposti a combattere per la propria felicità, senza cercare di ottenerla nel modo più semplice, ma nel modo più giusto e onesto. E io che li facevo più stronzi e attaccati al denaro…

Ah, emerge pure che i dati mi piacciono molto, ma questa è un’altra storia.

Scritto da Michele Pagani
Michele Pagani è consulente di digital strategy, business development e web marketing. Ex research assistant presso l'Università Bocconi di Milano, vanta una profonda conoscenza del mondo digital. Ha all'attivo il lancio di due startup ed è cofondatore della web agency NPCREW.

There is one comment

  1. Evelyn

    Ciao Michele!
    Se vuoi partecipo pure io al sondaggio, ne ho fatto uno simile tra i miei ex compagni di ragioneria o di università e in effetti ho notato che:
    – chi non ha fatto l’università guadagna di più, anche quando il laureato esercita professioni altamente specializzate (in studi di commercialisti, architettura, legali)
    – le donne guadagnano mediamente meno degli uomini
    – le donne con il solo diploma, se perdono il lavoro, faticano a trovarne un altro
    – i diplomati che hanno trovato impiegi pubblici scarsamente specializzati guadagnano più di tutti, hanno più ferie e lavorano meno ore a settimana.
    Non so se il tuo salario medio mensile tenga conto di 13ma e 14ma (perché in certi casi chi non ce l’ha potrebbe avere un mensile leggermente superiore), comunque sì… in Italia laurearsi significa finire a fare un lavoro sottopagato che non ti permetta di pagarti l’affitto di un bilocale. Nemmeno a 5-6 anni dalla laurea. Se poi sei donna, spera solo di trovare un buon marito…

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