Il termine “Startup” è inflazionato. Ecco cosa succederà tra qualche anno, di @silviapagliuca

La loro è una crescita vertiginosa, basti pensare che dal 2013 a oggi, le startup innovative made in Italy sono aumentate del 120%. Ecosistema che sembra funzionare, tanto che, confrontando i numeri del registro startup di Unioncamere del terzo trimestre 2013 con quello del 2014, si apprende come le imprese innovative siano più che raddoppiate nel giro di un anno.

 

Eppure, i punti opachi restano ancora tanti. Tra i primi, gli investimenti: la propensione in Italia è scarsa e i fondi provenienti da investitori istituzionali sono calati nell’ultimo anno del 33%. Migliori sono state, invece, le performance di business Angel, family offices, incubatori e acceleratori (per un totale di 55 milioni)*. A ciò si aggiunge la questione dimensionale. Buona parte delle neo-imprese italiane (si stima siano circa 8mila, non tutte iscritte ai registri ufficiali), infatti, soffre del nanismo tipico del nostro mercato. Dopo tre o cinque anni di attività, contano in media non più di dieci dipendenti, nonostante il valore occupazionale di una startup potrebbe essere ben diverso: si stima, infatti, che per ogni posizione al suo interno, se ne potrebbero creare quattro solo di indotto**.

 

Startup-idea-building

 

Inoltre, se guardiamo al fatturato, scopriamo che, al 13 ottobre 2014, delle 2716 società registrate come startup innovative, la maggior parte aveva un fatturato inferiore ai 100.000 euro. Debolezza che va di pari passo con quella delle startup nate come spin off universitari e con la sempre presente «questione Meridionale». Se guardiamo alla distribuzione geografica delle startup, infatti, ci accorgiamo di come il Sud sia ancora il grande assente. Pochi i casi di rilievo, anche per gli incubatori, che si concentrano principalmente al Nord, con la Lombardia in testa. Stesso scenario per investitori e piattaforme di crowdfunding.

 

startup-notepad1

 

Dunque, chi sono gli startupper italiani? Confrontando i dati della ricerca 2012 di Mind the Bridge e la periodica indagine Startup Enviroment Index della Kauffman Foundation degli Stati Uniti, rilanciata anche da Italian Angels, maggior gruppo di business Angels in Italia, si apprende come la maggior parte dei giovani innovatori italiani abbia in media 33 anni, precedenti esperienze lavorative (il 23% aveva già fondato un’impresa) e un alto profilo di formazione (53% laurea di primo livello, 42% laurea di secondo livello, 11% Master).

 

Volgendo lo sguardo agli USA, invece, scopriamo che il 50% degli startupper aveva, nel 2012, un’età compresa tra i 30 e i 49 anni, il 44% era già titolare di una prima impresa, ma solo il 37% aveva una laurea triennale, il 17% una specialistica. Infine, per quanto riguarda il fattore di genere, mentre in America le donne imprenditrici erano il 35%, in Italia, la percentuale di startupper di sesso femminile nel 2012, difficilmente superava il 20%.

 

La strada da percorrere, dunque, per gli startupper nostrani è ancora lunga. Meglio tentare il mercato solo con idee e progetti dal profilo realmente imprenditoriale, ricordandosi che il fine ultimo dovrebbe essere quello di creare business, essere scalabile, generare posti di lavoro e diventare impresa nel vero senso della termine.

 

*dati The Italian Startup Ecosystem: Who’s Who
**dati Osservatorio VeM, Università Liuc di Castellanza, in collaborazione con Aifi
Scritto da Silvia Pagliuca
Giornalista ventiseienne, nata a metà tra i grappoli toscani e le spighe lucane. Caparbia, curiosa e idealista, scrivo di lavoro, giovani e società per VanityFair, Corriere.it, Traveller (e anche un po' per me). Incuriosita dalla vita, appassionata dai cambiamenti, girerei il mondo per poi tornare (forse) sempre allo stesso punto. Per raccontare ed emozionare, ogni giorno, ancora un po’ di più.

Lascia Un Commento