Il teatro non è finzione, il teatro è più vero del vero. Giuseppina Turra e il teatro riabilitativo, di @MarcelloZiliani

 

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Giuseppina Turra, bresciana, attrice teatrale, collabora da svariati anni con il Dipartimento di Salute Mentale degli Spedali Civili Brescia come responsabile del corso di animazione teatrale in ambito riabilitativo. La sua grande soddisfazione? I sorrisi e la gioia dei ragazzi, il pensare che grazie all’esperienza del teatro la loro vita, seppur per poco, sia sembrata migliore.

 

Giuseppina, raccontaci un po’ di te.

Ebbene.. sono un’attrice teatrale, ma lo sono diventata un po’ per caso. A sette anni inizio a praticare l’atletica leggera e a 18 facevo parte della nazionale azzurra di eptathlon, ma un incidente al ginocchio ha messo fine al mio futuro di atleta.
Fino ad allora il mio tempo erano scandito dal lavoro di impiegata (sono ragioniera) e dagli allenamenti. Ma il lavoro di impiegata mi lasciava un po’ inquieta, avevo scoperto tardivamente il mio interesse per la letteratura, per le materie umanistiche. Così mi sono iscritta alla facoltà di lettere a Milano, ma non ho mai dato alcun esame.
Lo stop forzato mi ha costretto a una profonda ‘revisione’: le mie certezze d’atleta, proiettata in quel mondo, erano svanite. In quel periodo mi fu suggerito di iscrivermi ad un corso di teatro ed eccomi qua.

 

Come hai iniziato?
Con un corso di Teatro al CUT “La Stanza” di Brescia sotto la guida di Candida Toaldo. Ricordo come fosse ieri: sono entrata in un teatro (il S. Carlino di Brescia) e ho assistito ad uno spettacolo del quale non ho capito nulla ma il luogo era meraviglioso, accogliente ma misterioso, buio ma al contempo luminoso. Mi sono appassionata. È stato un vero colpo di fulmine. La Toaldo era stata la mia catechista e quella sera recitava in quel teatro, insieme con altri. E quando la Toaldo mi chiese se volevo partecipare a un corso di teatro al S Carlino, ho detto di sì. In cuor mio volevo certamente tornare in quel luogo buio e luminoso che tanto mi aveva colpito. Dopo il CUT ho continuato a studiare da sola, si dice da autodidatta: studiavo, lavoravo da impiegata e non facevo esami all’università. Quando è capitato il mio primo contratto da attrice e ho lasciato il lavoro era il 1993.

 

Cosa ti ha affascinato del palco?
Ecco, prima di tutto ho trovato una cosa che tanto mi piaceva e mi sembrava importante nel mio mondo d’atleta: il rigore. Ma in più il teatro mi offriva la possibilità di affrontare testi e autori del mondo della letteratura che cercavo e desideravo incontrare. Il gesto su un palco non era più ‘atletico’ ma diventava uno strumento di comunicazione libero e verso qualcun altro. Un connubio tra tecnica, disciplina, applicazione, abnegazione, studio, dedizione. Insomma, il teatro è arrivato e mi ha reso più felice e curiosa di tutto un mondo che non finirò mai di conoscere e che è l’altro da me.

 

Parli del teatro come di qualcosa di molto rigoroso ma con un trasporto e una carica emotiva davvero coinvolgenti.
Io penso spesso e mi racconto che “il compito dell’attore, consiste nel trovare il punto in cui risiede la sua possibilità, nel corpo e nella mente, di essere duttile e morbido nei confronti delle regole, delle forme, che sono fuori da lui: quelle proposte da un regista, per esempio, o quelle segrete e contenute in un testo”. Ci sono dei segni meravigliosi, dei ‘limiti’ che l’attore cerca di capire e di rispettare, interpretandoli. E in questa specie di dialogo tra il limite e se stesso, l’attore affida il suo lavoro, la sua capacità di adesione, ad altro e ad altri, ovvero i registi: persone da amare per lo sforzo di interpretazione dei testi che fanno e che poi affidano agli attori e gli attori a loro, in uno scambio incredibile. Più facile se sono morbidi anche loro, i registi, certo.

 

Il teatro è finzione o realtà?
Il teatro è più reale della realtà, più vero del vero. Deve esserlo per essere credibile. Quello che un attore riproduce è il meccanismo di una realtà, dopo averla indagata profondamente e continuando ad indagarla ogni volta che la propone al pubblico. Non si fa finta di essere innamorati sul palco. C’è una struttura di parole, azioni, silenzi, musica; ripercorrendo quella struttura si costruisce un sentiero per ad arrivare a comunicare l’innamoramento.

 

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Sembra complicato..
Non dico che sia semplice, ma è il modo attraverso il quale dal palco si può arrivare alla platea, al pubblico, il quale si rivede in quello che osserva, perché quello che osserva è il meccanismo della realtà, di come si manifesta, per come accade. Poi ognuno ci vede quel che sa, o quel che può riconoscere. In fin dei conti il teatro parla dell’uomo e della vita. E non mi pare che sia poi così semplice, la vita. Bella si …

 

A differenza del cinema il teatro è “vivo”.
Il pubblico da sopra il palcoscenico si sente, tantissimo. E’ uno scambio. Avviene lì e in quel momento. Si coglie la densità del silenzio, l’attenzione della platea, quando c’è.

 

Parliamo ora dello spettacolo “A due.. Ah!” e del tuo lavoro con i pazienti psichiatrici, che d’ora in poi chiameremo ragazzi.
Quello spettacolo nasce nel 2013 e quella volta lì, per la prima volta, i ragazzi ed io decidemmo di imparare a memoria frammenti di un testo teatrale vero e proprio. Volevamo provare a metterci sul serio nel campo delle relazioni, con qualcun altro, senza improvvisare, e con le ragioni degli altri: i personaggi. Fu una grande scommessa. Abbiamo scelto un testo di Ionesco, Delirio a due. Prima l’abbiamo letto e poi l’abbiamo scelto perché a tratti ci faceva ridere. Ci era simpatico nel vero senso della parola, il teatro dell’assurdo di Ionesco. Noi affrontiamo i testi teatrali, (quando li affrontiamo) così: senza pretese. Siamo riusciti comunque ad imparare dei frammenti dell’opera, abbiamo proposto una manciata di coppie di personaggi a confronto e siamo riusciti a farne uno spettacolo.

 

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Che difficoltà trovi a lavorare con i ragazzi?

Coinvolgerli è un processo. Piuttosto lungo il tempo per realizzarlo. Io per lo più con loro gioco.
Il teatro in quest’ambito credo sia uno strumento potenzialmente perfetto. I ragazzi si confrontano con il movimento libero, con l’ascolto della musica, l’uso della parola. E la loro voce. Il contatto fisico, per esempio, per alcuni è quasi sconosciuto: semplici scambi di tocchi con le mani, scogli insormontabili. Oppure le voci inconsistenti, la loro poca abitudine a farsi sentire.

 

Che soddisfazioni trai dal lavoro con loro?
La soddisfazione più grande è il loro sorriso. L’incontro con il palcoscenico per loro è il momento più gratificante dopo le grandi fatiche delle prove. E vederli stanchi morti ma sorridenti andare incontro al nostro pubblico beh …

È stato importante anche il capire insieme che questo benessere poteva durare anche oltre il momento festoso dell’andare in scena sul palco.

 

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Parliamo ora della musica e del trasporto nato grazie ad essa.
Ecco, in questo spettacolo è accaduta una cosa strana e un po’ fatata, magica.

Io uso sempre chilogrammi di musica per il nostro lavoro e per questo spettacolo quasi tutti i brani sono tratti dal disco Carousel degli Annie Hall. Li stavo ascoltando in quel periodo e non so come sia accaduto che i pezzi degli Annie Hall si sposassero perfettamente alle atmosfere del nostro lavoro. Le situazioni di A due … Ah! si sono nutrite della loro musica e il nostro spettacolo è cresciuto grazie al loro contributo. Ma la grande gioia, per tutti noi è arrivata quando abbiamo saputo che in platea, c’era la band degli Annie Hall! Erano tutti increduli i ragazzi.

 

E poi?
E poi i ragazzi si sono commossi, commossi e ancora commossi. Per aver avuto tra gli spettatori gli autori della musica tanto amata. Per loro è stato un onore.

 

Che legame si è creato tra la musica e i ragazzi?
Un legame di piacere. Per noi è molto importante mettere in campo lo sforzo dell’attenzione. Allenandoci ad ascoltare la musica, cerchiamo di capire cosa voglia dire ascoltare. Cioè direzionare la mia attenzione verso l’esterno per coglierlo. In questo modo riusciamo ad avere un dialogo per costruire qualcosa: una piccola danza in coppia, o in tre, o tutti insieme. Ma anche da soli. Densamente immersi nello sforzo di fare un movimento libero del corpo a un certo punto della musica. Quindi non a caso ma proprio in quel momento lì. Non si tratta di un ascolto tecnico, ma il più possibile libero. Ogni tanto facciamo grafici della musica sul muro, col dito. “Qui la musica va su su poi fa un’onda … e qui o là possiamo fare dei cambi di movimento. E’ chiaro?” – chiedo loro. Di solito rispondono con un bel silenzio.
Il mondo sonoro degli Annie Hall è stato bellissimo per noi. Con tanti colori dentro. Sembrava accoglierci tutti.

 

Dopo tanti anni di lavoro con i ragazzi credi che questi laboratori li aiutino in qualche modo?
Io ne sono convinta. Finché permane il divertimento io ne sono convinta. Io ho degli amici veri tra loro. Certe risate!

 

Il prossimo spettacolo?
Il Ventaglio di Goldoni! Forse riusciamo a completare il Primo atto e allora…
Quando?
Il 7 ottobre, al Teatro Santa Giulia di Brescia. Ci vediamo lì 😉

Scritto da M. Ziliani & J. Signaroli
Marcello Ziliani, architetto, si occupa prevalentemente di product design, allestimenti, art direction, design coordination, grafica e comunicazione. È docente del laboratorio di design del prodotto nel corso di laurea triennale all’università di San Marino. Jennifer Signaroli è designer freelance. Collabora con Marcello Ziliani per il quale svolge attività di ricerca, comunicazione, coordinamento e progettazione.

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