Il fantastico lavoro del reporter raccontato da chi lo fa. Intervista a Federica Valabrega, di @ValentinaTanni

Raccontaci come è nata la tua passione per la fotografia…
Dalla necessità di smettere di scrivere: mi richiedeva troppo tempo e non mi veniva così facile. Non è uno scherzo, è la verità. Le foto, invece, mi venivano più istintivamente.

 

Viaggi molto per il mondo. Hai una dimora fissa al momento?
Si, una dimora fissa a Brooklyn. Una casetta bellissima, al ventinovesimo piano di un grattacielo, che non potrei assolutamente permettermi senza l’aiuto dei miei genitori che l’hanno comprata anni fa e in cui vivo con una compagna di casa.

 

Federica Valabrega

Federica Valabrega

 

Che ruolo hanno il viaggio e lo spostamento nella tua pratica fotografica?
Un ruolo che sto ancora imparando. Ho viaggiato molto in questi ultimi quattro anni, ma sto cominciando a capire che per fotografare meglio ed essere focalizzati non solo sul superficiale, ma anche sul dettaglio, per approfondire il proprio soggetto insomma, c’è bisogno di stabilirsi da qualche parte e diventare “esperti” nel campo. È importante vivere in mezzo alla gente nel paese di cui si vogliono raccontare le storie, sia visivamente che a parole. Viaggiare è meraviglioso e lo sarà sempre, mentre si viaggia si conosce un po’ più di se stessi, ma stare fermi aiuta a riflettere e a concentrarsi sugli strati più profondi.

 

Qual è, secondo te, il rapporto tra passione e professionalità nel tuo lavoro?
Senza passione il mio lavoro è inutile e impossibile da sostenere. È il lavoro più bello del mondo solo se lo si ama così follemente da sapere che non ti renderà mai ricco e probabilmente nemmeno famoso, ma ti darà delle immense soddisfazioni e ti permetterà di crescere interiormente grazie a ogni scatto, colloquio e contatto umano. Fare il fotoreporter è come avere mille occhi su tutto e tutti e dover stringere “amicizie” a destra e a manca, per poi decidere chi sia il soggetto giusto, quale la storia interessante da condividere. La professionalità sta nel pensare sempre, ogni volta che si incontrano questi soggetti e ci si imbatte in queste storie, meravigliose o dolorosissime, a chi leggerà e guarderà gli scatti e come questi potranno influenzare il prossimo. E anche al perché si è deciso di farli in un modo e non in un altro. Noi reporter non siamo soggetti passivi; siamo gli occhi di tutti. Sveliamo la verità o una bugia a seconda di come scattiamo, scriviamo e decidiamo di farvi vedere. Abbiamo una responsabilità molto più grande di quella che molti di noi si riconoscono.

 

Federica Valabrega, Daughters of the King

Federica Valabrega, Daughters of the King

 

Qual è la serie fotografica a cui sei più affezionata e perché?
Daugthers of the King. È stato il mio primo progetto, e il suo nascere, crescere e svilupparsi dura ormai da sei anni; spero non finisca mai. È anche il mio primo libro, la mia prima mostra, il primo sforzo che ho fatto nello scattare di pancia, mettendoci tutto quello che avevo senza nemmeno saperlo. Ad oggi cambierei sicuramente il mio approccio, forse scatterei alcune cose diversamente e sicuramente non mi concentrerei sulla religione così tanto, ma solo sull’aspetto della donna in sé, ma vedere i miei occhi cambiare, da quegli scatti a oggi, è una soddisfazione meravigliosa.

 

Cosa significa essere un fotografo oggi, nell’era degli smartphone e dei social network? In che modo lo sguardo del fotografo può ancora spiccare e differenziarsi nel mare magnum delle immagini con cui ci confrontiamo ogni giorno?
Studiando, leggendo, informandosi prima di scattare e non scattando solo a vanvera di qua e di là. Il fotografo è un professionista se conosce la materia di cui parla, di cui racconta, di cui vuole farci vedere le immagini per evocare in noi qualcosa che un semplice Jon Smith per strada non saprebbe fare, così su due piedi. Ovviamente, ognuno di noi ha la capacità di cliccare e immortalare momenti significativi, ma fotografare non è solo questo. È fare in modo che questi momenti rimangano nelle menti degli altri per anni, siano in grado di evocare cambiamenti e fare da specchio a tutti noi.
Il fotografo è un pittore che dipinge con la luce: è una frase che ho letto da qualche parte e mi piace molto perché vuol dire tutto o nulla, dipende da cosa ci si mette dietro a questa luce, come la si inquadra, come si decide di trasmetterla. E questo dipende da che tipo di persone siamo, da quanta conoscenza abbiamo di quello che ci sta di fronte; dalla nostra sensibilità di rappresentarlo nel nostro modo unico. Un modo che è “nostro” e basta.

 

Svelaci qualcosa dei progetti che hai nel cassetto per il futuro…
Questo purtroppo è top secret per ora. Posso solo dirvi che l’epoca delle foto in bianco e nero in digitale è quasi finita. Almeno per me.

 

www.federicavalabrega.com

 

Scritto da Valentina Tanni
Storica dell'arte e curatrice di mostre, si interessa principalmente del rapporto tra arte e nuove tecnologie, con particolare attenzione alle culture del web. Ha fondato e gestisce numerosi blog e riviste online.

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