Gli artigiani digitali sono ovunque! Ecco come riconoscere chi sta facendo ripartire l’Italia, di @marcelloziliani

Il fenomeno dei “makers – i cosiddetti “artigiani digitali” – è uno dei più gettonati argomenti trattati negli ultimi 5-6 anni dalla stampa generalista e di settore. Questi personaggi, un po’ nerd, un po’ ingegneri, un po’ inventori sono diventati famosi perché per molti rappresentano una ventata di aria fresca nel panorama, non più così attrattivo, dell’innovazione di oggetti. Per altri, invece, incarnano l’essenza dell’uomo artigiano di Sennett, che riporta la dimensione del profitto a misura d’uomo, sottolineando la natura di un “lento saper fare” invece che di un “veloce produrre”:

”L’artigiano rappresenta in ciascuno di noi il desiderio di fare bene una cosa, concretamente per se stesso. Gli attuali sviluppi dell’alta tecnologia rispecchiano un modello antico di lavoro tecnico, ma sul campo la realtà è che le persone che aspirano a essere bravi artigiani […].“

Vista la rilevanza materiale e simbolica incarnata da questo movimento o “tipo” sociale, è naturale chiedersi veramente chi è e cosa fa il maker. Ce lo provano a spiegare i ricercatori del politecnico di Milano attraverso un’indagine condotta tra i makers in Italia.

 

Carta d’identità:

Età: tra i 20 e i 45 anni

Sesso: 72.3 % dei soggetti che si occupano di making sono uomini, il 23.8% donne.

Dove vivono: Il 27.5% dei soggetti intervistati è concentrato nelle città più grandi (di cui ben il 20.8% tra Milano, Roma e Bologna) esiste poi una ‘coda lunga’ che conta ben 75 luoghi.

 

 

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Si vive di solo Making?

Per la maggior parte degli intervistati il making è un’occupazione secondaria, che contribuisce in minima parte ad integrare il lavoro principale (di solito da libero professionista). Nonostante ciò, solo una minima parte considera quest’attività come un semplice hobby.

 

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Perché ti dedichi al making?

Secondo questa ricerca le motivazioni che spingono i makers a dedicarsi a questa attività risiede in primis nella voglia di sperimentare (74.6%), poi perché grazie alla possibilità di sperimentare prodotti o prototipi è più facile avviare un’attività imprenditoriale (64.9%), una terza motivazione risiede nella volontà di apprendere le tecniche di fabbricazione, manuale e digitale (60.4%). Infine nel 53,7% dei casi si tratta di una pura forma di divertimento.

 

 

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Realtà collaborativa?

La penultima sezione dell’inchiesta parla proprio dell’approccio progettuale dei makers. Molto spesso si crede che questo, da molti denominato movimento, faccia della partecipazione e dello scambio le basi fondamentali della propria filosofia. In realtà la ricerca dimostra che proprio nello sviluppo del progetto i makers sono molto tradizionalisti ed utilizzano un approccio tradizionale operando per lo più individualmente.

 

 

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Questa ricerca ha dato delle riposte a domande che la stampa generalista spesso non va ad approfondire, indicandoci che, quella del maker, per ora non è ancora una vera e propria professione, ma un’attività secondaria e di supporto allo sviluppo di nuove idee.

E voi cosa ne pensate, si può vivere di solo making?

 

La ricerca completa è scaricabile dal sito: http://makersinquiry.org/it/

 

 

 

Scritto da M. Ziliani & S. Gasparotto
Marcello Ziliani, architetto, si occupa prevalentemente di product design, allestimenti, art direction, design coordination, grafica e comunicazione. È docente del laboratorio di design del prodotto nel corso di laurea magistrale in interaction design dell’università di San Marino. Silvia Gasparotto è designer e ricercatrice. Collabora con Marcello Ziliani nel laboratorio di design del prodotto nel corso di laurea triennale dell’Università di San Marino/IUAV.

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