Filippo Fasser produce violini per i migliori musicisti del mondo

Filippo Fasser è un liutaio, costruisce cioè violini, viole e violoncelli; in realtà ci sono anche altri strumenti che sono oggetto del lavoro di un liutaio ma lui si dedica fondamentalmente a quelli che compongono il “quartetto classico”. Per un po’ di anni ha fatto anche il restauratore di strumenti antichi, ma oggi si occupa prevalentemente della costruzione di nuovi strumenti musicali. Lavora in un bellissimo laboratorio a Brescia e ha clienti in tutto il mondo, tra i quali grandi musicisti di fama internazionale. Può a giusto titolo essere annoverato tra i più importanti liutai oggi in attività.

 

Ciao Filippo, ci racconteresti da dove viene il tuo lavoro e quali sono gli attrezzi e materiali che utilizzi?

Il mio non è un lavoro nuovo e non si fa in modi nuovi, è pressoché identico a come lo si praticava 3-4 secoli fa. Il metodo costruttivo è rimasto invariato e anche gli attrezzi sono gli stessi da sempre. Si usano scalpelli, sgorbie, pialle, lime, coltelli…l’attrezzatura tutto sommato è relativamente semplice e ridotta.

Di fondamentale importanza è il materiale con cui lavoro, ovvero il legno. Per la tavola armonica si utilizza legno di abete rosso, solitamente italiano. Arriva dalla Val di Fiemme e dalla Val Canale, da boschi che godono di un clima costante che favorisce accrescimenti dell’albero molto regolari. E più gli accrescimenti sono regolari più la tavola risponde in maniera omogenea. Ogni tanto mi capita di andare in queste valli e di scegliere, tra gli abeti abbattuti dalla forestale, i pezzi che poi utilizzo nella lavorazione. Per le fasce, il fondo e la testa si utilizza invece acero che proviene principalmente dai Balcani

La tua famiglia è di Brescia, ma tu sei nato davvero a Salò come il famosissimo liutaio Gasparo da Salò?

È vero, sono nato a Salò ma per puro caso. La famiglia di mia mamma aveva una casa sul lago a pochi chilometri da Salò e sia io che le mie sorelle siamo nati lì perché la mamma aveva una amico ginecologo che l’ha assistita nel parto.

Direi che questa è stata una sorta di premonizione! Posso dire di sentirmi, come tutti gli altri liutai della nostra penisola, un’erede della grande tradizione liutaria italiana. Abbiamo un patrimonio di storia che influisce molto nel nostro lavoro. Così come il terreno su cui viene coltivata una vigna è di estrema importanza per la buona riuscita del vino, il lavorare in Italia nel nostro settore fa sicuramente la differenza.

Quale è stato il tuo percorso formativo e quali sono stati i tuoi primi passi in questo mondo affascinante?

Dopo aver fatto 3 anni di liceo ed aver scoperto che la cosa non faceva per me, mi sono iscritto alla scuola di liuteria di Cremona. Una volta rientrato a Brescia mi sono formato lavorando in alcune botteghe.

Finita la scuola pensavo di andare all’estero per affinare le mie competenze, ma poi ho scoperto che l’estero era venuto da me: sono infatti andato a Milano a bottega di Federico da un liutaio di origine francese che ha lavorato per molto tempo a Lione.

Nel ’92 ho aperto il mio laboratorio, ma ho continuato ad affiancare sporadicamente altri liutai. Una delle più proficue collaborazioni è stata quella con Federico Fantova dal quale ho imparato l’arte del restauro e la conoscenza degli strumenti antichi. Tutto quello che è ricerca, nel nostro lavoro, è inevitabilmente legato a doppio filo con il passato e consiste nel capire e nello scoprire quale fosse il gusto estetico del ‘500 e del ‘600. In quest’ultima bottega ho anche definitivamente capito che preferivo la costruzione al restauro.

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Quali sono le differenze tra questo mestiere praticato oggi e quello del tempo dei vari Stradivari, Guarneri etc.?

Nella costruzione non c’è alcuna differenza, nel restauro cambiano, invece, alcuni materiali di supporto e alcune attrezzature.

Ad esempio per restaurare strumenti antichi è possibile utilizzare sofisticatissimi pantografi a controllo numerico per riprodurre con esattezza le varie parti dello strumento. Attraverso l’utilizzo di queste tecnologie è possibile riprodurre i diversi particolari esattamente identici a com’erano.

A mio parere però l’utilizzo di questi macchinari svilisce un po’ la poesia e l’abilità propria dei maestri nella lavorazione dello strumento.

Il processo nella nostra professione è fondamentale: i miei clienti non comprano solo il risultato, ma soprattutto il processo che sta dietro la creazione dello strumento. Io ho probabilmente una posizione “conservativa” ma fino ad ora non mi è mai piaciuto pensare di utilizzare metodi di lavorazione “assistita” delle diverse componenti, che pure so possano oggi garantire elevati standard di qualità e che alcuni liutai utilizzano per alcune fasi della lavorazione. Personalmente però sono troppo legato alla relazione diretta, fisica, empatica tra me e la materia viva del legno che lavoro e che prende forma, anima e suono sotto le mie mani.

Un aspetto che sicuramente nel passato non esisteva è invece la grandissima “produzione in serie” di strumenti. Un liutaio come me può fare dai 7 ai 10 pezzi in un anno, ma ci sono produzioni cinesi che ne sfornano cento-duecentomila nello stesso arco di tempo. E li producono in modo “artigianale” però con la logica della catena di montaggio: ogni operaio è addetto ad una singola fase di lavorazione. Bisogna dire che sono fatti anche molto bene. È una concorrenza su livelli diversi: mi viene da riprendere il parallelo con il vino: quello prodotto in serie è, come lo chiamerebbe Baricco “il vino hollywoodiano”, piacione, di buon livello e costo contenuto. Se però qualcuno conosce e apprezza le bottiglie più interessanti si rivolge ad un altro tipo di prodotto.

Un altro elemento che accomuna i due mestieri è che il mercato, oggi come ieri, è assolutamente globalizzato. E’ un piccolo mercato, ma spalmato su tutto il pianeta. Stradivari stesso, ad esempio lavorava per le maggiori corti d’Europa.

Per chi lavori maggiormente?

I miei acquirenti possono essere rivenditori oppure clienti che si rivolgono a me direttamente. Nel mondo della liuteria ci sono sempre stati, anche secoli or sono, gli intermediari. Questo perché lo strumento musicale ha bisogno di una continua assistenza: se ha una vita di 300-400 anni è anche perché c’è qualcuno che lo cura e lo mantiene! Per me vendere uno strumento a Tokyo o a Boston significa avere qualcuno in loco che assista il cliente, sennò lo strumento sarebbe abbandonato a se stesso e si rovinerebbe.

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Da cosa nasce questa tua passione?

Diciamo che da una parte ho sempre amato la musica, e per qualche tempo l’ho anche praticata suonando la tromba per oltre 15 anni. Dall’altra ho sempre avuto in famiglia delle persone che apprezzavano l’arte, la bellezza e il lavoro manuale. Mio padre (ingegnere) intagliava il legno e, come anche mio nonno e mio zio (architetto), disegnava e dipingeva, per cui fin da bambino ho respirato la passione del fare le cose con le mani.

Come mai, secondo te, in questo periodo si sta tornando a valorizzare sempre più il lavoro manuale e artigianale?

Il processo artigianale è qualcosa che capisco e apprezzo moltissimo. Non tanto per il pezzo in se, quanto per il processo attraverso il quale si arriva alla realizzazione di un oggetto. Per quanto mi riguarda anche nel campo alimentare ad esempio mi interesso moltissimo al processo attraverso il quale il cibo arriva a tavola, credo che fare le cose con le proprie mani sia un valore aggiunto. Non sono, però, del tutto convinto che l’artigianalità sia in realtà così diffusamente riconosciuta, o almeno non è così apprezzata quanto dovrebbe essere.

Sei contento della scelta che hai fatto o hai qualche rimpianto?

Sono assolutamente contento della mia scelta. Se mai dovessi scegliere di fare un’altra professione scegliere qualche cosa che assomigli molto a quella attuale.

Il tuo laboratorio è anche uno spazio per incontri, mostre, concerti e cultura in genere, puoi raccontarci come è nata l’idea e come sta funzionando la cosa?

Da un paio d’anni ho spostato il mio laboratorio in uno spazio molto grande dove ospito anche degli amici architetti e designer, una sorta di coworking, e con loro abbiamo deciso di dedicare una delle stanze alla diffusione della cultura. E’ una piccolo spazio che può contenere una quarantina di persone nella quale facciamo concerti di musica classica e musica jazz. Abbiamo anche organizzato alcune mostre. Per chi fosse interessato queste iniziative sono visibili nel mio sito nella sezione “Officina da camera”.

La cosa curiosa è che abbiamo avuto moltissime richieste di persone che vorrebbero esibirsi, quasi che il bisogno di musica non sia soltanto di chi ha voglia di fruirne, ma anche di chi la fa.

Consiglieresti ad un giovane di oggi, che cerca di entrare in questo, sempre più complesso, mondo del lavoro, di fare il liutaio?

Mi viene da dire di si! Io ho tre figlie e le due più grandi (19 e 21 anni) stanno cominciando a pensare a cosa vogliono fare da grandi. Il consiglio che do loro, e in generale ai giovani, è quello di innamorarsi di qualcosa e di farlo con passione. Il resto, spesso, viene da solo.

Scritto da M. Ziliani & S. Gasparotto
Marcello Ziliani, architetto, si occupa prevalentemente di product design, allestimenti, art direction, design coordination, grafica e comunicazione. È docente del laboratorio di design del prodotto nel corso di laurea magistrale in interaction design dell’università di San Marino. Silvia Gasparotto è designer e ricercatrice. Collabora con Marcello Ziliani nel laboratorio di design del prodotto nel corso di laurea triennale dell’Università di San Marino/IUAV.

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