Calligrafia, un’arte antica da grafici contemporanei. Intervista a Lorenzo Bolzoni, di @SylviaPusceddu

Vi sarete accorti che la grafica degli ultimi anni ha subito un’improvvisa metamorfosi, iniziando a puntare in modo particolare su lettering e type design. L’unione di diversi caratteri tipografici e i testi che sembrano scritti a mano, con strumenti antichi come penne d’oca, caratterizzano molte delle locandine, copertine e immagini che vediamo quotidianamente intorno a noi.

Non lo ritengo solo un trend, quindi ho pensato di approfondire l’argomento con un esperto del settore: ho rivolto le mie domande a Lorenzo Bolzoni, che potete trovare in diversi colophon con il nome Officine Bolzoni.

 

La calligrafia è una pratica antica, hai studiato su manuali o testi del passato?

A casa ho molti libri sulla calligrafia che ho recuperato durante gli anni. In effetti c’è solo l’imbarazzo della scelta: facilmente si possono reperire manuali che approfondiscono i diversi stili o che tracciano una panoramica storica sulle radici e l’evoluzione di questa arte antica. Inoltre molti calligrafi professionisti sono presenti sui più importanti social, dove spesso postano foto o video della loro attività. Quei gesti eleganti, che tracciano lettere familiari inaspettatamente belle, hanno un effetto quasi ipnotico (due su tutti: Seb Lester e Barbara Calzolari) e sono di grande ispirazione. Infine, cerco di seguire workshop e corsi mirati: negli ultimi anni queste occasioni si sono moltiplicate, soprattutto attorno alle grandi città (consiglio di seguire la pagina fb dell’ACI, l’Associazione Calligrafica Italiana). Sono occasioni importanti per conoscere da vicino professionisti che, molto generosamente, parlano delle tecniche e degli strumenti che utilizzano per i loro lavori. Insomma, ci sono diversi modi per tenersi aggiornati sul mondo della calligrafia, senza dimenticare l’esercizio più importante e fondamentale, ovvero quello della pratica e della ricerca personale.

 

Cosa cambia tra la vecchia calligrafia e quella dei lavori contemporanei?

Da tempo seguo con grande attenzione alcuni “sign painter” americani, due su tutti: Pierre Tardif e Mike Meyer, che mantengono viva la professione di pittore di insegne. Un tempo era un lavoro assai diffuso e ancora oggi, sbirciando le targhe di qualche vecchia farmacia, si possono scoprire delle autentiche opere d’arte, scritte meravigliose realizzate interamente a mano che, grazie al loro rivestimento dorato, resistono allo scorrere del tempo. Oggi è difficile che una nuova attività commerciale si faccia disegnare ad hoc la propria insegna, magari capita, invece, che un marchio importante chiami un calligrafo per curare un’installazione, o la decorazione temporanea di una vetrina. Ecco, credo che un tempo la calligrafia fosse più immersa nella vita quotidiana, a corredo di attività lavorative o personali (come la redazione di una lettera, ad esempio), mentre oggi ha assunto l’aura di un’arte riservata a pochi, utilizzata come forte strumento comunicativo. In effetti in un momento storico dove la digitalizzazione ha preso il sopravvento, la calligrafia, simbolo di un’attività squisitamente analogica, ha acquistato profondamente valore (in realtà alcuni calligrafi utilizzano tavolette grafiche per scrivere: diciamo quindi che in fondo è il gesto manuale, la sua unicità, che conta).

 

Per la calligrafia immaginiamo pennini e penne d’oca: quali strumenti utilizzi?

Lavoro come grafico per la casa editrice di fumetti BAO Publishing e la maggior parte dei nostri libri sono riedizioni di titoli stranieri, dove, a volte, gli autori hanno scritto a mano i titoli, le onomatopee o i dialoghi presenti nei balloon. Quando possibile l’intento è quello di essere fedeli alla forma originale del libro, e quindi mi ritrovo a copiare lo stile di alcune scritte nella corrispondente traduzione italiana. Generalmente utilizzo tre strumenti: la brush pen come quelle della Pentel, che simulano perfettamente il tratto morbido e variabile del pennello, il pennino calligrafico diritto o obliquo, ideale per i corsivi e le scritte che richiedono una variazione dello spessore pur conservando una grande precisione del tratto ed infine il Tratto Pen o la penna stilografica quando il tratto deve conservare omogeneità di spessore. Per le scritte più complesse faccio prima una traccia a matita, che vado poi a ricalcare grazie al tavolo luminoso o ai sottilissimi, e provvidenziali, fogli Schizza e Strappa.

brush pen - pennino - tratto pen

Qual è il lavoro che ti ha dato più soddisfazione e qual è l’aspetto di questo lavoro che preferisci?

L’anno scorso ho lavorato a questo libro, Catarsi, che è stato scritto e disegnato da Luz, uno dei sopravvissuti alla strage di Charlie Hebdo del gennaio 2015. In originale Catharsis era stato interamente scritto a mano, come se le parole dovessero necessariamente accompagnare in modo istintivo e diretto il flusso di coscienza dell’autore, che riversava nei disegni nervosi e passionali la propria elaborazione del lutto. L’edizione italiana voleva conservare sulla carta quelle emozioni, e quindi per tutte le scritte posizionate fuori dai balloon si è optato per un lettering manuale, che ho realizzato io: è stato un lavoro impegnativo ma che mi ha dato grande soddisfazione. Inoltre ha rafforzato una certa idea del “mestiere” del grafico, ovvero quella figura che si trova ad operare dietro le quinte ma con grande responsabilità, come un esecutore testamentario, affinché il libro possa avere la miglior forma possibile, aderente all’idea dell’autore. Ebbene, all’interno di queste scrupolose procedure credo ci sia comunque spazio per un tocco personale, anche creativo, dove possibile. Questo ha un duplice effetto positivo: gratifica chi lo fa e rende più bello l’oggetto libro. La calligrafia fornisce in modo mirabile questa opportunità. Cito anche un secondo progetto al quale tengo particolarmente: si tratta del Diario di Ernest Egg, un libro presentato a Lucca Comics 2015 e realizzato grazie ad una campagna crowdfunding. Essendo un diario di viaggio le scritte a mano erano imprescindibili e sono state tutte realizzate cercando di trasmette sulla carta le emozioni del protagonista: tanto all’inizio del viaggio la scrittura è pulita e ordinata, tanto nelle ultime pagine si fa più turbata e sconvolta, al pari delle vicende narrate.

 

Puoi anticipare qualcosa sui progetti ai quali stai lavorando?

In questi giorni sto ultimando la riscrittura dei titoli di un libro scritto da Alan Moore, intitolato La saga dei Bojeffries. Il titolo originale, The Bojeffries Saga, compare nelle più diverse ed elaborate composizioni: il mio compito è quello di riassemblarlo in italiano il più fedelmente possibile. Ma il prossimo “libro impegnativo” è sicuramente California dreamin di Pénélope Bagieu, che racconta l’ascesa del gruppo musicale dei Mamas and Papas attraverso gli occhi della loro vocalist: 280 pagine che devono necessariamente essere scritte a matita, per fondersi perfettamente con i disegni a grafite di questa splendida biografia musicale.

 

Scritto da Silvia Pusceddu
Ho iniziato a disegnare quando ancora non capivo la differenza tra una parete e un foglio di carta… Da bambina immaginavo storie che avevano per protagonisti amici immaginari, desideravo raccontarle, lo facevo per immagini. Ho scritto il mio primo racconto quando frequentavo le elementari, con la complicità della mia splendida Olivetti da viaggio, color carta da zucchero. Da allora non ho mai smesso di scrivere e disegnare. Per lavoro e per passione.

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