Adriano Olivetti, grande industriale e visionario. La sua eredità può essere la ricetta per far ripartire l’Italia, di @Trumphy

“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”

 

Queste sono le parole che Adriano Olivetti pronunciò il 23 aprile 1955 per l’inaugurazione del nuovo stabilimento di Pozzuoli. Parole che tornano d’attualità oggi dove l’unico parametro adatto per valutare un’ attività sembra essere l’andamento del suo titolo in borsa.

A volte gli italiani sembrano dimenticare che il nostro paese è la patria del primo computer basato su microprocessore Intel, dell’algoritmo che sta dietro Google e Bing ed è italiana anche la piattaforma di robotica più famosa al mondo: Arduino.

Come mai questo paese di santi, poeti e inventori (oltre che navigatori) non riesce a tornare ad essere competitivo, pronto ad affrontare nuove sfide industriali per crescere?

Da troppi anni ormai sembra quasi che l’Italia abbia smarrito il sapore della competizione industriale.

Siamo davvero convinti che il più grande risultato dell’ideologia dell’innovazione sia la capacità di scambiarci messaggi attraverso Facebook, Twitter o Whatsapp? Che il meglio che i giovani possano fare oggi sia l’invenzione dell’ennesima app?

Il romanticismo degli “imprenditori da garage” negli ultimi anni ci ha spinto a dimenticare o a mettere in secondo piano la questione dell’occupazione e del futuro di un paese. Dobbiamo tornare a guardare all’industria. Un termine che oggi suona quasi vecchio, ma che non possiamo dimenticare in favore di un presente dove l’innovazione sembra farsi più nei salotti che nelle fabbriche.

 

Oggi, più di ogni altro periodo, abbiamo bisogno di un’industria pesante del futuro. Di nuovi modelli industriali che trovino nell’innovazione il loro motore.

 

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Adriano Olivetti questo lo aveva capito bene. Solo stando più avanti degli altri in materia di innovazione si potevano alimentare crescita e prosperità; proprio per questi motivi decise di tuffarsi nel mondo dell’industria in un ramo ancora poco esplorato e dalle grandi potenzialità: l’elettronica.

 

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L’Italia però non capì e rimase scettica al riguardo, osteggiando le idee alla base delle industrie Olivetti, “colpevoli” forse di essere troppo avanti rispetto ai tempi.

 

Olivetti creò dal nulla un modello di sviluppo che oggi definiremmo sostenibile, lasciando un’eredità imprenditoriale che in Italia nessuno ha saputo o voluto raccogliere.

Negli anni ‘50 l’Industria di Ivrea offriva ai suoi dipendenti le migliori condizioni lavorative di tutte le fabbriche del Paese. Salari elevati e un occhio particolare alla soddisfazione e al benessere dei suoi lavoratori.

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In un’ epoca dove i sistemi di previdenza pubblica erano ancora poco sviluppati ed efficienti, l’azienda piemontese offriva una vasta gamma di servizi sociali a operai e impiegati.

Per Olivetti l’industria doveva essere innovazione, cultura e design, tutto questo si declinava in sviluppo attraverso la creatività.

 

Nel 1952, di fronte ad una crisi pesantissima che lo avrebbe costretto a licenziare 500 operai, rispose assumendo 700 venditori, reinventando marketing e scuole di formazione per la vendita, il tutto aumentando vendite e profitti.

Pochi anni dopo, nel ’57, fu la prima grande azienda italiana a introdurre il sabato interamente festivo, lasciando invariati gli stipendi.

Le condizioni di lavoro offerte dalla fabbrica rappresentavano un modo per ripagare i lavoratori per tutto quello che facevano per l’azienda, in una sorta di scambio alla pari. In questa idea è insita una visione delle persone, del lavoro e della società che oggi sembra ormai persa.

Risulterebbe fin troppo retorico e quasi superfluo ricordare quello che la Olivetti poteva essere per l’Italia e non è stata: era la “Apple prima della Apple”.

 

Abbiamo perso la nostra Silicon Valley e con lei sicuramente diversi punti di PIL, ma le idee e gli insegnamenti del visionario di Ivrea rimangono. Bisognerebbe ripartire da questi esempi del passato -forse ingiustamente dimenticati- per traghettare il paese verso un futuro di reale progresso per la nostra civiltà.

Scritto da Chiara Trombetta
Giornalista professionista e information designer. Una laurea in scienze e tecnologie della comunicazione prima e un master in giornalismo dopo. Appassionata e studiosa di nuovi media, tecnologia e comunicazione, ho collaborato con diverse testate online italiane. Mi occupo inoltre di realizzazione di video, infografiche per il web e per la stampa e architettura dell'informazione.