A Torino il Robottino insegna ai bambini i rudimenti della programmazione

Un Fablab è un laboratorio di fabbricazione, una piccola officina capace di offrire soluzioni innovative ai problemi di sempre. «Un posto in cui si può realizzare praticamente qualsiasi cosa», secondo la definizione di Neil Gershenfeld, il professore del Massachusetts Institute of Technology che li ha ideati nel 2006. Così capita che uno psicologo possa trovarsi, quasi senza accorgesene, a riscoprire una passione di famiglia: i giocattoli.

Giovanni Bindi, 33 anni, nato a Biella ma da più di dieci a Torino, di professione è uno psicologo del lavoro. Anche se ha sempre collaborato con aziende che programmano i software per la selezione del personale, non si sente un mago dell’informatica, anzi. «La mia avventura è iniziata quasi per caso. Con la crisi, i miei contatti di lavoro iniziavano a scarseggiare, così mi son detto: invece di continuare a puntare tutto su quello, devo tentare anche qualche cosa di nuovo – racconta -. Per ampliare la mia rete di contatti, ho deciso di lavorare nel co-working di Toolbox, uno dei grandi spazi di lavoro condiviso a Torino».

La stessa struttura che accoglie i laboratori del Fablab, il primo inaugurato in Italia. Curiosando tra laser e stampanti tridimensionali tra una pausa e l’altra, vien naturale iniziare a fantistacare su quel che si può costruire con a disposizione un’idea e una scheda Arduino, una piattaforma hardware a basso costo e semplice da programmare. «Anche se mi è sempre piaciuta l’informatica, non sono un programmatore – racconta -. Dare vita a un oggetto inanimato, riuscire a programmarlo per rispondere agli stimoli è un’esperienza davvero emozionate. Ho iniziato con dei piccoli progetti, giusto per imparare a muovermi con stampanti e laser e creare i primi prototipi, con tutti i passaggi dal digitale alla realtà. Sperimentando, mi sono ritrovato tra le mani una piccola testa robotica. Non poteva che essere così: i miei genitori hanno un negozio di giocattoli».

Cuartielles-Beppe-Giovanni

Da un hobby piuttosto divertente il prototipo del robottino inizia ad assomigliare sempre più a un secondo lavoro. «A settembre abbiamo partecipato alla Maker Fair di Roma, portando con noi tre robottini: moltissimi spettatori si sono fermati, parecchio incuriositi: lì ho avuto le conferme che aspettavo per andare avanti – continua Giovanni -. Insieme al mio socio Beppe Venturu, sto mettendo a punto un giocattolo che possa insegnare ai ragazzi i rudimenti della programmazione. Immaginate il papà che aiuta il bimbo a costruire una pista di macchinine, una costruzione con i Lego. Perché non costruire un robot? Con un kit di istruzioni per muovere i primi passi e la possibilità di modificare forme e componenti per personalizzarlo».

making

L’idea è stimolare un approccio attivo alla tecnologia, per imparare a usarla e capire come si muove. Per una generazione che ha imparato a scorrere e scattare le fotografie con lo smartphone ancor prima di leggere, può essere un’esperienza, oltre che istruttiva, molto divertente. «Siamo pronti a fare sul serio – conclude Giovanni -. Ora stiamo testando il prototipo, per capire cosa piace di più e cosa no. Per le prove sul campo, non potevo che scegliere il negozio di giocattoli dei miei».

Scritto da Nadia Ferrigo
Nata a Biella nel 1985, mi sposto molto velocemente a Pavia dove mi laureo in giurisprudenza. Segnata a vita dalla passione per il giornalismo, incurante del dramma dei giovani, della società, del mercato del lavoro tutto e in particolare della carta stampata, oggi scrivo su La Stampa. Twitter @nadiaferrigo

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